Storia di un Pianoforte di Periferia

Non credevo che avrei lasciato cadere la pistola così facilmente quella volta. Già, pensavo sarei andato fino in fondo...

...se non fosse stato per le note di quel pianoforte.

Sopravvivere una notte dopo l'altra per le strade di periferia del mio quartiere non è mai stata una scelta voluta, non ci tenevo affatto, ma non ho mai avuto altro rifugio in alternativa allo squallore delle quattro mura senza foto dell'appartamento dove abito, rinchiuso dietro l'indelebile patina scura delle finestre che si affacciano sul parco dei vagabondi...

...continuamente assediato dal ricordo di tutte le vite che ho spezzato, in cambio di un lurido compenso da improbabile sicario dalle pupille di ghiaccio.

Dicevano che avevo il grilletto facile sin dall'età di vent'anni, che avevo il sangue freddo al punto giusto da piantare una pallottola in testa a tutti gli stronzi che infastidivano i miei clienti, senza mai battere ciglio, ignorando le loro inutili suppliche in ginocchio da pentiti poco credibili...

...inseguendo così per anni una lussuosa carriera poco sociale, solo per riempirmi la testa di tutte quelle voci che hanno gridato per l'ultima volta in un qualsiasi vicolo buio di questo fottuto quartiere, un attimo prima di essere cancellate per sempre.

Feccia per feccia: era il mio modo originale di giustificarmi.

Pensavo che in fondo anch'io ero come loro...e  che prima o poi sarebbe arrivato il mio turno.

E credevo anche che se non fosse arrivato qualcuno in fretta a farmi fuori...ci avrei pensato io da solo.

Così, mentre tardava come al solito la primavera sui prati incolti delle scuole elementari, un giorno arrivò una lettera per un lavoretto facile facile all'angolo della chiesa: uno stupido prete corrotto aveva alzato troppo la cresta col boss...e si è pensato fosse il caso di concedere a quel chiesarolo un pass ultraterreno anticipato per svolgere le sue funzioni direttamente dalla sede centrale del suo presidente.

Mi dissero di sistemare il tutto entro le sette: mi dissero che si aspettavano un bel botto prima di cena, per brindare con i coltelli insaguinati al trapasso dell'ennesimo ostacolo alla legge del più forte. Riuscivo addirittura a sentirli ridere dall'altra parte di quel pezzetto di carta che rappresentava un altra condanna a morte prematura...mentre io, rigidamente seduto sul divanetto del soggiorno, non ne potevo più di tutti questi banchetti a base di speranze interrotte.

Quel pomeriggio, poco prima dell'ora x, la mia pistola era già carica...solo che il bersaglio avevo deciso che sarebbe stata unicamente la mia tempia.

Non so dire di preciso quanti minuti trascorsi in compagnia del freddo della canna premuta contro la mia pelle, non aspettavo nessuno e allo stesso tempo chiedevo a un dio sconosciuto di salvarmi, piangendo silenziosamente in attesa del mio momento di coraggio...

...finché all'improvviso non sentii quel suono.

Credevo di essere già morto...

...o di aver raggiunto uno stato adrenalinico talmente forte da poter immaginare le note di un pianoforte irrompere nella quiete surreale dell'attimo prima di morire, ignorando completamente la realtà dei fatti, la realtà di quella musica che riempiva le pareti appena sfiorate dal basso sole prima di sera, quella musica...come la colonna sonora di un sogno che vorresti raccontare a qualcuno ma che non sei riuscito a ricordare mai del tutto.

Ed era vero...non ero morto, non ero pazzo. Proprio quando stavo per dare un taglio netto a tutti gli sbagli che avevano condannato la mia vita, dopo innumerevoli blackout di delirio insopportabile finalmente una musica suonava per me...così intensamente da dilaniare ogni intento e far cadere quella pistola sul pavimento della stanza una volta per tutte.

Restai immobile ad ascoltarla per ore, lasciandomi travolgere da ogni singola nota che mi faceva trattenere il respiro fino a non sentire più alcun dolore...e continuai ad immaginare quella musica persino quando aveva smesso di echeggiare fra le pareti del soggiorno, come se un ritornello evanescente si fosse insediato in un angolo buio della mia mente...

...e quella notte...

...quella notte piansi a lungo per aver tentato di uccidermi.

L'indomani mi svegliai confuso fra le ombre distorte della stanza, ancora non riuscivo a credere di aver saltato una chiamata dal quartier generale senza dare alcun avviso, come mi sembrava impossibile aver schivato la morte solo per opera di un musicista nascosto chissà in quale tetro anfratto del circondario. Ma non avevo tempo da perdere in vaneggiamenti, quella mattina, dovevo immediatamente farmi vivo al solito posto per spiegare l'assenza del giorno prima, niente telefoni in questo genere di cose...

...anche se non avevo alcuna voglia di uscire di casa, continuando a fissare il divanetto del soggiorno cercando di ricordare meglio quella sinfonia udita la notte precedente...

...un pò turbato dal sospetto di essermi immaginato tutto.

Indossai la mia solita giacca scura, quella con la pistola custodita nella tasca interna, sbattendo forte la porta e scendendo le scale fino a incontrare il rivoltante inquilino del primo piano, intento come al solito a lamentarsi sul pianerottolo col disgustoso gestore del banco dei pegni, anche lui inquilino del palazzo, affittava stanze al terzo piano. Mi sollevai il colletto della giacca per raggiungere il giusto grado d'indifferenza, sperando di evitare anche un singolo buongiorno da parte di quelle carogne...

...ma non riuscii a trattenere la mia curiosità quando capii che l'oggetto della discussione era proprio quel pianoforte che avevo ascoltato la sera prima.

Quel farabutto affitta stanze cercava di scusarsi con l'altro per il casino infernale, come lo definiva lui, spiegandogli che aveva dato una stanza a una ragazza straniera venuta qui a cercare lavoro, una sventurata con quattro soldi prossima a finire per la strada. E continuava a sbeffeggiare, raccontando che era stata lei ad aver messo mani al vecchio pianoforte che una coppia di falliti aveva scambiato con lui anni fa per qualche banconota.

Topi di fogna, pensai...incapaci di riconoscere alcun talento musicale anche quando ce lo avevano accanto, limitandosi a ridere e ingozzarsi dei problemi altrui, divora carogne dalla natura più infame.

Gente così l'avrei ammazzata anche gratis.

Più tardi ero con le mani in tasca davanti ai miei colleghi. Fortunatamente il boss non se la prese troppo: gli raccontai la verità riguardo il giorno prima, tanto più che accettò di buon grado la mia richiesta di mollare l'organizzazione per un pò. Mi disse che in quelle condizioni rappresentavo un pericolo per tutti, che mi serviva una vacanza stile business man esaurito, che avevo la faccia stravolta come se avessi visto un fantasma...io, che ne avevo fatti nascere fin troppi di spettri e anime irrequiete.

Forse il termine adatto era "miracolato".

E ci credetti a tal punto da rinchiudermi in casa il più a lungo possibile, dedicandomi esclusivamente a tutti i meccanismi arrugginiti della mia testa, alla ricerca di una soluzione o una qualsiasi via di fuga definitiva dalla vita che avevo condotto fino ad allora. Avevo sempre creduto che fosse troppo tardi per tornare indietro...ma grazie a quelle note ero riuscito a cambiare la mia scelta, risalire controcorrente per tornare al punto giusto della svolta...

...anche quando sai che non tutto si può sempre aggiustare.

Ma ci speravo ed ero convinto di farcela perchè finalmente avevo lei...le sue mani, le sue note...la sua passione e la sua voglia di resistere, anche costretta a vivere in un quartiere così degradato come questo. E quando il sole era arancio nel cielo lei iniziava a suonare, mi sedevo sul solito divanetto e restavo immobile ad ascoltarla per ore, dimenticando tutto il resto e trovando un attimo di conforto dai gelidi vicoli di periferia ai quali ero abituato.

Credevo che sarebbe andata avanti così per sempre, ma giorno dopo giorno le sue note diventavano sempre più tristi e rendevano triste anche me...

...fin quando, tragicamente, dopo ore di attesa quotidiana, lei smise di suonarle.

Non l'avevo mai vista in volto, non avevo mai neppure considerato l'idea di bussare alla porta di quel lurido affitta stanze per scoprire cosa era successo, perchè giorni e giorni di silenzio presero il posto delle sue melodie, perchè mi ritrovai ancora una volta da solo a giocare con la pistola, perchè continuavo minacciosamente a prendermi di mira in tutti i frammenti degli specchi rotti del soggiorno...

...che cosa mi stava succedendo?

Possibile che tutto quello che ero riuscito a cambiare in me fosse crollato così velocemente come un castello di illusioni fragili e mal concepite?

Per la prima volta mi resi conto che ci voleva molto più coraggio a bussare a una porta che a premere un grilletto.

Così una sera, dopo aver letto il testamento della mia coscienza sul fondo dell'ultimo bicchiere, troppo ferito per starmene con le mani in mano, presi la giacca scura e chiusi alle mie spalle la porta di casa. Le scale erano buie come al solito, mai vista una lampadina che funzionasse per quei pianerottoli, costringendomi a seguire la ringhiera arrugginita fino al terzo piano, trattenendo poi il respiro davanti al flebile spiraglio di luce che filtrava da sotto quella porta.

Tutto taceva...tutto tranne quel continuo sobbalzo incontrollabile dentro al petto.

Non avevo alcun discorso pronto, nessuna scusa da inventare, ma non potevo tornarmene indietro a mani vuote. Bussai forte due volte, bussai una terza volta senza aspettare nemmeno un paio di secondi...e poco dopo mi ritrovai davanti al volto ripugnante di quel vecchio del banco dei pegni, mentre stringeva il bicchiere di vino e mi fissava con aria sorpresa, tuttavia divertita...

...felicemente abituato al tipo di espressione in rovina che portavo sul viso come molti dei suoi disperati clienti.

Non disse nulla, aspettò che fossi io a parlare per primo...e quando finalmente riuscii a chidergli del pianoforte sorrise fastidiosamente, invitandomi a entrare in quel tugurio della sua casa. Un nodo alla gola mi impediva di respirare mentre lo seguivo lungo il corridoio poco illuminato, fino a raggiungere la grande stanza che ospitava in un angolo il pianoforte. La sola vista dello strumento mi riportò indietro ai giorni di quella musica: dov'era lei, che fine aveva fatto?

Mi disse che il pianoforte era in vendita, che me lo avrebbe dato per poco...che quella stupida che lo suonava aveva smesso finalmente di infastidire i rispettabili inquilini del palazzo. Gli chiesi di cosa stesse parlando, fingendo di non sapere nulla...e con una grassa risata mi rispose che l'aveva mandata via perchè non aveva un soldo per pagare l'affitto, che le aveva anche proposto di restare in cambio di un metodo alternativo di pagamento...

...e che quella puttanella non aveva accettato.

Solo allora sentii un insolito crack da qualche parte.

Credevo che sarei riuscito a cambiare qualcosa di me...

...ma non era stato sufficiente vivere qualche giorno di ripensamenti in compagnia di quella musica, di quelle note così intense da riuscire ad allontanare tutte le grida di vendetta che da anni infestavano i miei ricordi.

Feccia per feccia, pensai...d'altronde, come avevo già detto, gente così l'avrei ammazzata anche gratis.

E dopo averne avuto abbastanza di quella orribile risata tirai fuori la pistola dalla giacca, piantandogli una pallottola in gola così velocemente da non fargli rendere nemmeno conto di essere arrivato al capolinea: almeno così avrebbe smesso di ridere, il porco! Quando finalmente riuscii ad abbassare l'arma e a riprendere possesso dei miei battiti, vedendo il corpo di quel bastardo dissanguarsi sui bianchi tasti del pianoforte, capii infine che niente era cambiato...

...che non esisteva alcuna via di fuga per uno come me...

...che non esisteva alcuna via di fuga per una come lei.

Non in un mondo come questo.

E quel colpo risuonò talmente forte da essere udito in tutto il palazzo, quasi fossi stato artefice dell'ultima violenta nota d'addio di quel magico strumento...dedicata a colei che per giorni, senza neanche saperlo, aveva fatto della sua musica la mia unica oasi di salvezza.

Guardai la mia pistola ancora una volta, fissandola tristemente in quel suo unico occhio scuro e tagliente, gelido come la morte che riservava a tutte le sue vittime...

...la stessa che prima o poi avrebbe riservato anche a me.

"...bang..."

N.A.

Nevrotico Alchemico
Nevrotico Alchemico
Scienziato alchemico dedito alla sperimentazione libera degli incroci nati fra le parole e i diversi status emozionali. Girovago senza meta, studio i caratteri delle persone e le loro relazioni con il degrado moderno degli ambienti circostanti, cercando di estrapolare il filo conduttore che porta alla reale natura di come siamo diventati...e del perchè spesso e volentieri non ci va bene neanche un pò.

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9 Commenti

  1. Fantastico. Mi ha presa fin dall'inizio trasportandomi in uno squallido appartamento vuoto... percependo note che hanno fatto sognare anche me e immaginando una ragazza senza volto.
    Finale sensazionale.

    • Ti ringrazio molto per le parole...

      ...non sono abituato a scrivere racconti così lunghi in genere...

      Sono contento che ti sia piaciuto...

      N.A.

  2. più o meno era l'effetto desiderato...

    apprezzo molto le tue parole...

    N.A.

  3. forte! Un potenziale alito di speranza nel degrado assoluto,spezzato spietatamente.

    • Le tue parole non mi bastano mai...

      signorina delle margherite...

      ce ne sarebbe da parlare...

      N.A.

  4. e' vero, non basta la lima nella torta. ma per la maggior parte del tempo e' tutto cio' che ci manca... o no?


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