Le strinse il collo fino ad ammazzarla. La guardava che poteva sentire le vene pompare forte sotto le mani. Profittò di quell'attimo come nient’altro nella sua vita fino a quel momento.

Amanda si stava vestendo quella mattina quando fece cadere gli orecchini di perla. Aveva appena messo le calze nere, che le regalarono al compleanno dell’anno prima assieme a un bracciale d’argento. Inutile dire quale preferisse.

Uscì di casa dopo un secondo alla maniera delle altre volte. Perdeva il tempo a passeggiare, ignorando di rispecchiarsi nella giornata di primavera lasciata alle spalle sulle vetrine delle nuove collezioni. Per quelle, c’era il tempo di vederle in macchina o alla toilette dalla rivista che arrivava precisa. E ne aveva di tempo quando spesso si metteva in fila alla banca, o al supermercato, e da quella scollatura dalla camicetta bianca, oltre al profumo, ne uscivano vantaggi e passava avanti che un piacere. Senza rancore ovviamente.

Non controllava il cellulare doveva squillarle dalla borsetta a ritmi regolari, così tanto che le avrebbe fatto strano pensare di non sentirlo. Una volta si decise a rispondere, dando le stesse rassicurazioni di sempre o inventando una balla credibile: sarò a casa per, ero in, non avevo ecc… però si stava davvero scocciando di tutto questo e avrebbe tolto tutto di mezzo prima o poi, ma lasciava stare. Per come era fatta doveva amare in quel modo particolare da sembrare l’unica persona al mondo che ti faccia così tanto incazzare a causa di quei modi, che a lungo andare ti ci costringi a fregartene.

Passava il tempo dall’ufficio alla città e dopo le cinque si muoveva sulle terrazze chic in compagnia di sguardi, con drink sempre alla mano. Toglieva il fiato a guardarla, uno spettacolo davvero. Per quanto, in effetti, c’era poco da fare. Doveva essere impegnata da anni a giudicare da quel suo modo di trattare tutti con sufficienza, a parte quella gioia quando salutava un vecchio amico o una di quelle poche colleghe con cui si poteva avere un dialogo. Teneva per sé la sua bellezza, come gioielli in vetrina da Cartier.

Mentre rientrava raccolse una chiamata di Francesco. Era appena uscita da lavoro, cercando l’auto dopo aver fatto qualche spesa. Si intrattenne al telefono rispondendo con un allegro “Ciao!”, dopo i vari sì e no. Doveva essere di buon umore; il tizio chiedeva di incontrarla, ma aveva ben più in mente di un caffè, per altro senza zucchero, ed ecco si decise a vederlo comunque l’indomani o il giorno dopo, con un occhio di riguardo all’amicizia e niente più.

Parcheggiò la macchina nel garage del condominio, posto sette A; prese la borsa lì alla sua destra e s’allontanò non appena chiuse lo sportello sbattendo i tacchi sul cemento duro a mano a mano che avanzava verso l’ascensore che la portò su. Sperava di non dover affrontare la solita tiritera di tutte le volte non appena avesse varcato la porta di casa. Quando entrò tutto era tranquillo, lasciò la giacca su una sedia della cucina e tolse le scarpe. Stava per fatti suoi, pensieri alle solite cose della giornata quando sentì tirare lo sciacquone e la porta che s’apriva che ne amplificava il rumore. Un casino quello scroscio.

Andò dapprima nella stanza adiacente e nell’altra ancora. Fece finta di ignorarla per quanto poté, come se nulla fosse accaduto, dicendole “ciao” a stento e preparandosi un tè; quell’atteggiamento l’aveva cominciato ad avere dall’indomani di quando festeggiarono sei mesi di convivenza. I legami si spezzano arrivati a un certo punto e due persone lo sanno che si fatica a star assieme, ma sanno anche che è più complicato starsene per conto proprio, specie con gli affitti di questi tempi, ché le carenze di sesso le si risolvono da sole.

Amanda distolse lo sguardo e forse era vero che si stava illudendo, ma aveva perso le redini della situazione già da tempo, che mentre beveva acqua e le diventava amara in gola a rifletterci. Era già successo di sentire dall’altra parte un muro di indifferenza dall’altra parte; qualche squillo strano di cui non era sicura sì c’era stato, ma non più dei suoi che non ci riuscivano proprio a farla sentire gelosa. Per qualche ragione però qualcosa era cambiato nella sua testa, cominciò a sentirsi distante dalla persona con cui divideva un letto che persino quella mattina, nel pensarci, le era sembrato angusto e soffocante e di cui non voleva proprio parlare, quasi se ne vergognasse. Mascherò le proprie facce da persona superiore per poco e incominciò a sentirsi intimorita e scossa. S’era sentita così forse dieci anni prima, ai tempi dei primi amori, aveva paura che ci fosse altro oltre lei. Stava forse diventando succube?

Prese tempo giorni dopo, ma mantenne la stessa linea di sempre e vedeva quegli stessi atteggiamenti che non sopportava, ma c’era qualcosa di diverso. Era una gelosia difficile che la offendeva, di quelle che rifiutano di prenderti a pugni nello stomaco e qualcosa ti dice di far finta di niente, e nel frattempo trovava casini di continuo che non sapeva manco come nascondere; al supermercato e in ufficio divenne sgarbata nei limiti di quello che si poteva permettere e concorda pure il gentil sesso che alcune donne sanno avere il ciclo a comando per le scuse e le mancanze, che tanto le si perdona, e la gente, d’altronde, si trova così facilmente sul filo del farsi mandare a fanculo.

Non la chiamava più e lei era sempre più inquieta. I litigi ripresero, come quando si presero a urla in faccia in cucina per un nonnulla. Quella volta probabilmente un motivo vero non c’era, quando rinunciarono a parlarsi non appena le volò uno schiaffo in faccia. Prese tempo cercando di mantenere la calma e si tenne poggiata col gomito sul tavolo della cucina per sbollire. Avevano passato anni assieme, i litigi c’erano sempre stati, così come le incomprensioni delle situazioni particolari e ora era gelosa. Anzi, gelosa e con una ferita nel suo orgoglio di donna che fingeva di essere una statua che a fatica tratteneva le lacrime, mentre sentiva gli squilli e le chiamate dall’altra parte del muro.

Passarono due ore. Se ne stava sfinita e piena di rancore per tutto quello che avrebbe voluto dire e s’addormentò dov’era col posacenere sporco vicino a lei, pieno a chiazze. Non le riusciva di pensare a nulla per quanto volesse. C’era il rumore di là delle valigie che si stavano preparando, che le dava troppo fastidio mentre parlava a telefono con chissà quale bastarda; ma quanto aveva sbagliato a capire della sua vita? Non era più nulla come credeva, stentava a guardarsi in faccia, a chiedersi come aveva fatto per arrivare a vedersi quel trucco sbavare sulle guance come fosse stato un errore da non potersi perdonare, di quelli che ti fanno tirare i capelli dal capo ad uno ad uno. Quelle leggerezze da cui non sai imparare.

Sentì i tacchi battere sul pavimento del corridoio. Le ruote sbilanciate del trolley che avanzavano graffiandolo. Le si parò davanti ostacolandole l’uscita. Chiese alla compagna dove stesse andando e cosa le fosse saltato in testa, sebbene non c’erano spiegazioni da dare che tutto era finito, che la odiava a morte; la spinse al muro e cominciarono a riempirsi di schiaffi, chiamandosi puttana l’un l’altra, litigando come due stronze ubriache che si riempivano di insulti. Ognuna si rinfacciava ogni cosa, e quando non c’era altro da dire continuavano a ridirselo finché, tra vittimismi e altre pazzie, degenerarono, che Amanda la prese, le strinse il collo costringendola contro il letto che dividevano, il letto dove avevano fatto l’amore e dove non s’erano guardate, per sentire come quell’amore morboso uccideva pur di non morire. Alla maniera degli uomini che dicono di amare.

 

Profittò di quel momento come niente nella sua vita, non pensando alla cazzata che aveva fatto. Lo seppe ma non lo disse alla polizia il giorno dopo.

Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni è nato il 4 Ottobre 1989 ad Avellino. Dopo la maturità, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all’università degli studi di Napoli “L’Orientale”, conseguendo la laurea. Amante della storia e delle culture antiche e straniere, ha una naturale inclinazione per la letteratura e per le arti. Negli anni scorsi le sue poesie in lingua straniera sono state scelte per la partecipazione a varie antologie edite in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. I suoi primi componimenti scritti ed editi in lingua italiana sono racchiusi nella sua prima silloge: "Sospiri". In seguito rilascia gratuitamente sul suo sito un poemetto "Tenebre". Attualmente è dedito alla composizione di racconti e del suo primo romanzo "Dove non cantano gli angeli".

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