un vuoto più un vuoto

Racconti Mariella Musitano

Un anno. È passato solo un anno. O, forse, dovrebbe dire è  già passato? Qualche settimana fa il suo compagno le ha chiesto se stava bene o se, pur non dandolo a vedere, dentro stava rimuginando gli avvenimenti che le avevano cambiato l’esistenza. L’ha guardato a lungo. Poi ha sorriso. Ma non saprebbe dire con precisione se a lui o a se stessa.

Sto bene, anche se a lei ci penso ogni giorno, mentre cammino nell’orto e lego i pomodori, mentre taglio l’erba davanti casa e anche dietro, mentre mi muovo per le stanze della casa ormai vuota. Vuota di lei.

Come dimenticare? Vorrebbe. Ma la sua assenza non è stata colmata. Semplicemente non è possibile. Accanto a lei c’è un vuoto che si va ad aggiungere a quello che ha lasciato il padre tredici anni prima. Un vuoto più un vuoto non è uguale a due vuoti, ma ad un baratro dal quale ogni tanto le piace affacciarsi e vedere. Effettivamente il termine piacere è sbagliato. È più una necessità, come mangiare bere dormire andare al bagno e fare l’amore. E anche vedere a dirla tutta è un verbo inappropriato. Quando si affaccia sul baratro che accompagna la sua vita, non vede. Sente. Sente il vento della solitudine, le parole sussurrate fra sé e sé ma che non aveva mai avuto il coraggio di dire. Sente l’amore che si infrange sulle rocce del burrone dei suoi sentimenti. Sentimenti infranti. Questa è la vita dopotutto. E lei non è la prima né l’ultima. È solo una di tutti i miliardi di persone che vivono questo pianeta. Anzi, che nascono vivono e muoiono. Dalle profondità dell’anima sente salire pensieri e ricordi. E ciò che riaffiora,  a volte la fa sorridere, altre invece inumidisce i suoi occhi.

È passato un anno da quando lei l’ha lasciata. Nei momenti di ottimismo sa che si è ricongiunta all'amato nonché suo padre. Il non sapere cosa ci sarà dopo lascia spazio all’immaginazione e ognuno è libero di pensare ciò che vuole. Lei, forse perché ha molta fantasia, nel tempo si è fatta diverse storie nella testa a volte diverse e contrastanti fra loro.

Ora immagina i suoi cari seduti su una nuvola che si tengono per mano e osservano il mondo. Felici, finalmente felici. Loro hanno colmato il loro baratro.

Altre volte ha la certezza che da dove si trovano siano in grado di aiutarla nei momenti difficili. Le sembra quasi di sentirli sussurrare dolci parole.

In alcuni momenti ha la sensazione forte che le siano vicini, vicinissimi. Le carezzano la guancia o le sistemano i lunghi capelli dietro l’orecchio.

Non sempre è così. Quando è di pessimo umore, non sente e non vede e non crede in niente. In queste fasi è certa che dopo la vita, non ci sia più nulla: solo vermi a mangiare la carne e a proliferare.

Paradiso, purgatorio o inferno?

Reincarnazione!!

Sì le piace di più questa idea…

Ora sono accanto alla figlia.

Ora non c’è nulla.

Solo vermi.

L’anima è solo una invenzione degli esseri umani. Non sono accanto né sopra né sotto.

La cosa buona è che le piace scrivere. Così almeno da qualche parte continuano a vivere. Nelle pagine dei suoi manoscritti. Così nel romanzo a cui lavora da una vita e che non riesce a trovare una fine, il padre è l’angelo custode che veglia sulla famiglia e se ne va in giro vestito con un completo di lino bianco, un panama sulla testa e un bicchiere di caipirinha sempre pieno. Con aria distaccata ma non troppo e con la capacità di apparire ogni tanto alla figlia. La madre invece è Anna,  semplicemente lei, con il suo carattere forte e deciso, con le sue braccia forti che sembra vogliano sostenere tutto il mondo e con la sua schiettezza a volte disarmante e pungente. Non riesce ancora a pensare che sia morta.

E un anno è passato. Si guarda intorno. Non vede né angeli custodi che sorseggiano superalcolici né donne forti. Si guarda intorno e sa che è orfana. Non ha famiglia.  Ha i ricordi. Quelli non glieli può togliere nessuno e il tempo riesce a smorzare le incomprensioni, smussa gli angoli dei disaccordi e toglie il velo della diversità. Loro diventano meravigliosi e buoni, i difetti perdono quello spessore che sembrava insuperabile finché c’era vita.

In realtà con sua madre ci litigava un giorno sì e l’altro pure. Non vedevano la vita allo stesso modo, e non solo perché ad entrambe mancavano dei gradi alla vista. Per Anna non esistevano le doppie misure e tutto era bianco o nero. Nessuna sfumatura. La figlia invece viveva di sfumature.

Nonostante le diversità, si amavano e Anna aveva sacrificato la sua vita pur di veder felice la figlia, o almeno, ci aveva provato. La metteva sempre in primo piano, talmente tanto che non si era accorta che un tumore viveva e cresceva in lei. Finché non fu troppo tardi.

Fino a tre mesi prima era forte come una roccia. Poi è iniziato il dolore. Era forte e lei piangeva ogni notte e pregava il marito che l’aiutasse a sopportarlo e superarlo. Le visite negli ospedali avevano portato alle diagnosi più disparate. Tutte tranne quella giusta. Nel suo corpo ormai si erano annidiate le metastasi.

Nella vita bisogna avere fortuna in tutto: soprattutto devi essere fortunato di capitare in buone mani. Mia madre non è stata fortunata e le decine di medici che avrebbero dovuto accorgersi, beh, non si sono accorti. A partire da quello di famiglia che per tre anni ha curato il suo dolore ai polmoni come bronchite senza pensare che, forse, essendo lei fumatrice accanita, avrebbe fatto bene a farle fare che so una lastra, una tac, un qualcosa… niente. E quando la diagnosi è arrivata era troppo tardi. Eppure lei seppur malata, non sapendolo, in quegli anni, a parte la presunta bronchite, era forte e portava avanti una casa, una campagna, un orto, e cresceva i suoi nipoti.

Oggi di un anno fa, il cervello non è stato più in grado di mandare i messaggi giusti ai suoi arti. Un anno fa ha smesso di essere autonoma, ma il suo cervello funzionava perfettamente e così, rispettando il suo senso pratico, ha cominciato a dare le direttive finali. Tre giorni dopo ha lasciato questa terra. La vita ha abbandonato quel corpo stanco.

Al suo posto quel vuoto… un vuoto che l’accompagnerà fino alla fine ma che racchiude in sé tutto quello che la madre è stata per lei.

Un vuoto più un vuoto non è uguale a due vuoti, ma ad un baratro.

Mariella Musitano
Mariella Musitano
io sto alla scrittura come il giocoliere sta alle clavette.

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15 Commenti

  1. mio padre è morto improvvisamente 9 anni fa... in una giornata assolata di febbraio, io ero incinta della mia seconda figliola... un infarto lo ha colpito mentre faceva una delle sue mille commissioni e impegni di aiuto alle persone del quartiere... lui era steso per terra, non me l'hanno fatto vedere...ad un certo punto ho provato una sensazione di calore, come un abbraccio interiore...lui era morto e, nell'andarsene mi ha sostenuto....non dò spiegazioni religiose, ma è successo...

    anni dopo ho fatto uno strano sogno.... un omino vicino a una piccola carrozza, girava tulle le stanze della casa dei miei, chiedendo, "c'è sua maestà il re? come nelle fiabe...arrivato nella camera da letto, mio padre, col viso stravolto ed una maglia bucata all'altezza del cuore, si è alzato e ha detto "Eccomi".... mio padre è ancora la mia forza anche se mi manca moltissimo e, sicuramente anche i tuoi genitori, Mariella, sono i saggi regnanti all'interno del tuo cuore....

    • nei sogni spesso ho avuto modo di trovare il modo di colmare il vuoto. Vederli accanto a me sorridenti e presenti belli e fermi nel tempo, senza rughe aggiunte o invecchiati. Nei miei sogni loro solitamente sono morti, ma sono tornati per non andare più via e io sono contenta.

  2. la vita e la morte fanno parte dello stesso ciclo, tutto scorre, non si può fermare, le cose belle finiscono per far posto ad altre, a volte non riusciamo ad accettarlo e ci dimentichiamo di guardare ad adesso, a quello che abbiamo e che ci mancherà tanto quando non ci sarà più...se mai finirà di esserci prima di noi... non sei sola, forse un giorno il giro ritornerà là dove volevamo esserci fermati, in un'altra vita forse qui o forse altrove
    ti voglio bene

    • bianco e nero, notte e giorno, bello e brutto, VITA E MORTE. Senza l'una non esisterebbe l'altra. Eppure, il rimanere sola, il realizzare che, qualsiasi cosa, bella o brutta, sia solo tua e non la puoi cindividere con la tua famiglia, beh, ammetto che mi ha spiazzata.
      Non so cosa ci sia dopo, e a volte ammetto di non desiderare altro che saperlo, pur non avendo voglia di morire. Ho scoperto altresì di non aver paura della mia morte, ma della morte delle persone care che mi sono accanto.

      • io ho sempre avuto paura di quella... e tutt'ora ne ho, per quanto possiamo capire che fa parte di un ciclo credo sia più duro restare che andare. La mia morte non mi ha mai fatto paura, ho sempre avuto paura di perdere le persone che amavo, qualunque fosse la causa...

  3. Mio padre stava bene..però era tutto il giorno che il braccio gli procurava dolore..
    Telefona al medico..suo compagno di liceo..amico di sempre..
    Gi risponde che sta partendo per il mare.. che gli manda suo figlio..si è appena laureato in medicina..è bravissimo..
    Al pomeriggio la visita del giovane neo-medico ..le tranquillizzazioni..è tutto a posto..mio padre non ha niente di grave..di preoccupante..di anomalo..
    La notte muore d'infarto.. aveva 57 anni e io 23..
    La fortuna è cieca.. ma la sfiga ci vede benissimo..

    • Sì Jan, la fortuna è cieca... e in Italia si tratta solo di avere fortuna...
      da non crederci. Se solo le persone svolgessero il loro lavoro con dedizione e passione... se... ma la vita non è fatta di se...

  4. un assenza porta un vuoto certo...personalmente però penso che la morte porti il vuoto minore, se ci si convince di aver quella persona al prorpio fianco, o semplicemente ferma nel tempo...
    non è un discorso religioso, forse solo un modo per difendersi dalla crudeltà di un distacco al quale resta difficile dare spiegazioni...

  5. un vuoto piu' un vuoto fa un onere.

    • azz... oltre il danno pure la beffa??? Beh, considerando che dopo la morte i familiari si ritrovano a pagare la successione oltre che il funerale... beh sì un vuoto più un vuoto fa doppio onere!!!!!!!

  6. Sì, il credere di averli accanto rende quel vuoto qualcosa che in qualche modo si riesce a colmare. Questo è stato il modo in cui sono riuscita a vivere al meglio dopo la morte di mio padre. Lo sapevo vicino, lo sognavo e ci parlavo come se nel mio girovagare onirico davvero avessimo modo di incontrarci. Anche mia madre era riuscita a colmare il vuoto della perdita del marito convincendosi che lui era accanto a lei ogni giorno.
    Quando ho perduto anche mia madre, velocemente come un fulmine a ciel sereno, è come se le mie certezze si fossero destabilizzate. E mi accorgo che a volte credere che siano accanto a noi non basta, perché una parte di me ha paura di prendersi in giro. Considero la morte qualcosa di sconosciuto a cui una risposta si può dare solo dopo esserci arrivati anche noi. Nel frattempo siamo liberi di trovare tutti gli escamotage possibili che ci facciano stare meglio.
    Quella che mi piace di più è immaginarli insieme mano nella mano che sorridono a noi che continuiamo a vivere sulla terra, e mi piace altresì immaginarli a volte vicini, talemnte tanto da sentirne il profumo...
    ma come nel racconto anche io oscillo su ciò in cui credo...

  7. ...Io ho perso mia madre quando avevo 13 anni, di tumore, neanche fumava. Già, la sfiga ci vede benissimo. Forse solo ora, dopo più di 20 anni penso di aver colmato quel vuoto, di aver ripreso in mano tutto quanto doveva essere mio, tutto quanto dovevo essere io. Ma questo ora è. Questo ora sono. Magari se le cose fossero andate diversamente sarei tutt'altra persona. Non si può dire se migliore o peggiore. sicuramente diversa, sicuramente meno sensibile. Magari solo uno scienziato emigrato negli Stati uniti per valorizzare al meglio la sua vocazione. Invece mi devo dividere perchè senza scrivere e suonare credo non ne sarei mai uscito dal quel buco di nulla, da quell'apnea senza fine. Una cosa certa è che lei è qui, ...anche ora.

    • si haiuna sensibilità profodissima....un artista scienziato 🙂 sei ancora giovanissimo e saprai applicare al meglio la tua vocazione...ovunque....Componi anche canzoni? 🙂

  8. grazie della fiducia Noria 🙂
    ...forse prima o poi qualcosa lo concretizzo.
    ...non sempre avere sensibilità è una caratteristica così "comoda" da portarsi dietro, però ci si convive e poi non mi cambierei mai.
    Alla fine tra scienza e arte non credo ci sia un'abisso di differenza. Il senso di stupore per le cose le accomuna intimamente.
    Per non uscire troppo dal topic di questo racconto, credo veramente che ci portiamo dentro per sempre una parte delle persone che hanno condiviso con noi spezzoni importanti della nostra vita. I genitori soprattutto ci lasciano molto di più di quello che riusciamo a percepire. L'esempio più facile... mia madre dipingeva. I suoi occhi sono sulle mie labbra.

    • ciao Riccardo, ho sbirciato sul tuo myspace e ho trovato foto delle opere di tua madre e mi sono emozionata per la loro bellezza e perché ho avuto la sensazione di percepire quanto sia importante per te ancora oggi dopo così tanto tempo. Sono con te quando dici che ci portiamo dentro qualcosa di loro. Qualcosa di tangibile come le caratteristiche fisiche ma non solo... vivono ancora attraverso noi... in qualche modo siamo il loro proseguo anche se a volte c'è chi non vorrebbe.


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