“Dai, preparati che facciamo tardi. Beh, che c'è?”
“Non mi va più di venire.” dice.
Mi sistemo la camicia davanti allo specchio, piego un po' il nodo della cravatta.
La guardo ed è ancora lì, immobile, seduta sul letto, gli occhi assenti, i collant già infilati, la gonna all'altezza delle ginocchia.

“Dai, non possiamo sempre farci attendere, datti una mossa.”
“Ti ho chiamato stamani in ufficio.”
Lo so, ero in riunione.”
Ora fa come non mi sentisse.

“Ti ho chiamato alle nove e trentasei, lo ricordo bene perché alle nove e quaranta è passato il corriere e ho firmato la ricevuta.Come se aspettasse, tace.
“Lo sai che non posso sempre rispondere al telefono mentre lavoro, non fare la bambina.”
“Ma io sono una bambina. Lo sono stata.”

Cerco i miei occhiali, senza non posso guidare, sono ancora davanti allo specchio e noto la mia rasatura perfetta, la pelle chiara, senza macchie.
“Hai visto i miei occhiali?” Le chiedo.
“Che ore sono?” fa lei.
Si sente un clacson dalla strada, poi il vento che fa dondolare l'insegna del panettiere.

“Dai, voltati che ti chiudo 'sta gonna.”
Si è alzata. Si lascia aiutare come fanno le bambole, che di vivo rilasciano solo quel lieve profumo dolce, fino a che sono nuove.“Senti quanto vento”, lo dice rivolta verso la finestra.
“Eh eh eh, ti ricordi mio padre? Ogni volta si perdeva gli occhiali, e quando non li aveva in testa li schiacciava sotto il culo” sorrido tra me. Che cazzo avrò da ridere.

Guardo la pancia di mia moglie, un po' rilassata, il seno non più alto come una volta.

Abbasso l'avvolgibile, non mi piace che filtri la luce dei lampioni sui miei sogni, se questa notte ne farò.
Mi siedo sul bordo del letto mentre lei inizia a pettinarsi, schiaccio gli occhiali col culo. Vecchi errori, non si vince mai sulla genetica.
Cerco, senza farmi notare, di raddrizzare le stanghette. Mi schiarisco la voce. Mi fa male la testa. Ora sono io che non più alcuna voglia di andare a questa inutile cena.

“Che cosa dici, cara, posso iniziare a tirare fuori l'auto dal garage?”
Si volta come se si fosse accorta solo ora che sono in questa stanza insieme a lei, ma torna immediatamente a concentrarsi sulle proprie dita, che ora stringono il blister del rossetto.

Rassegnato, afferro il telecomando e accendo la tv. Cambio canale cinque o sei volte senza guardare niente, poi spengo di nuovo.
“Non mi hai chiesto perché” dice lei, adesso.
“Perché cosa?”
“Perché ti ho chiamato stamattina. Non me lo hai chiesto.”“Non sarà stato niente di urgente.”
“Che cosa te lo fa pensare?”
“Me lo avresti già detto, altrimenti.”

Si volta ancora, ma stavolta mi fissa, io sospiro lievemente e non sostengo la ferita di quello sguardo. Guardo l'orologio.
“Ne hai per molto?” dico, risoluto, e mi alzo in piedi.
Lei torna ancora a perdersi nello specchio e con movimenti lentissimi comincia a spazzolarsi i capelli.

“No, suppongo di aver finito.”

Matteo Tetti

matteo
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La speranza è nell'opera. Io sono un cinico a cui rimane per la sua fede questo al di là. Io sono un cinico che ha fede in quel che fa. (Vincenzo Cardarelli)-----http://badradio.splinder.com/

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6 Commenti

  1. A volte mischiamo parole a caso pare senza riuscire a comunicare. Errore comune...
    Bello leggerti anche qui 🙂

  2. Bellissimo racconto.
    I vecchi errori... bello bello.
    Anche se non concordo sul fatto che non si vince con la genetica!
    O, almeno, mi piace pensare che non sia veramente così!

  3. io mi accorgo semore più spesso di ripetere quegli errori che non sopportavo nei miei genitori. Genetica o 20 anni vissuti con loro sotto lo stesso tetto?

    Matteo ma alla fine era davvero nulla di importante ciò che le doveva dire? Credo che troppo spesso non siamo in grado di ascoltare le parole non dette e che allo stesso tempo producono un suono ben chiaro per paura di guardare la realtà.

  4. a me piace pensare che si può scegliere di essere quello che si desidera essere. Ma parlavo di ciò di cui parla Mariella, ci sono piccoli gesti che inconsapevolmente fai e che riconosci per averli visti nei tuoi: e non credo per la vicinanza ventennale, altrimenti nel tempo andrebbero a scemare, invece restano.

  5. bello squarcio di quotidianetà, che riflette un pò di tristezza nella gestione del rapporto giornaliero con il patner.

  6. rileggere questo racconto ha riportato la mia attenzione su un altro punto del racconto: e mi chiedo se, magari, dopo aver spazzolato i capelli ed essere salita in macchina, abbia poi detto al marito cosa aveva da dirgli la mattina,
    Troppo spesso il non dire, e ancora peggio, il non ascoltare, sono il preludio della fine.


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