httpv://www.youtube.com/watch?v=vZarE8_M3fc&feature=related

Le ferite guariscono sempre, sì guariscono, rimangono le cicatrici che smettono di fare così male, ci puoi passare sopra le dita dopo un po’ e non senti più niente se non quella linea rialzata che sta lì a ricordarti come un tatuaggio la sua storia. Rimane dentro, il segno più evidente, anche se ben nascosto. Come un riflesso incondizionato. Si potrebbe descrivere come l’istinto di mettere le mani avanti quando si sta per cadere. Penelope si passava le dita sul cuore per sentire se le faceva male e con gli occhi spalancati e le pupille dilatate cercava nel buio del locale di vedere se lui era arrivato; pensava ai segni che portava addosso di quel passato che ora pareva così lontano. Non faceva più male, era come una vecchia frattura che la senti solo quando cambia il tempo o tira troppo vento e quei giorni lei di vento ne aveva sentito abbastanza, così si era stretta nella giacca camminando per la strada, per tenerlo fuori, ma gli era entrato già dentro prima che avesse potuto dire ‘aspetta un momento’.

Aveva pensato anche, ad un certo punto, che era meglio non provare più niente. Quella pace, quella padronanza di sé, quel restare indifferenti e godersi la giornata senza aspettare nessuna telefonata, senza il batticuore nel prepararsi per uscire, senza sentire le farfalle nello stomaco prima di ogni appuntamento. Non era poi così male. E quanto lui era apparso all’improvviso, come certi autobus che non passano mai, lei aveva provato di nuovo quella strana sensazione di non riuscire più a respirare ed aveva avuto paura. Gli era passata per la mente quella frase di Nabokov “Lasciatemi essere romantico, signori e signore della giuria. Sono stanco di essere cinico”.

Lui le faceva quell’effetto e lei quasi non poteva sopportare di perdersi nei suoi occhi. Ritrovarsi a pensare alle sue mani grandi e al tono della sua voce come se fosse qualcosa che sfiorasse la perfezione. I ragazzi sul palco continuavano a suonare quella canzone e lei immaginava di vederlo arrivare mille volte. Sempre la stessa scena. Lui che apriva la porta, la luce del lampione che si insinuava tra il fumo delle sigarette e i suoi occhi scuri che la cercavano tra la folla fino a trovarla per poi rimanere a mezz’aria quasi fosse sospeso nel tempo con una mano ancora sulla porta e un primo passo verso di lei.

Quel ragazzo con la chitarra continuava a cantare, lei non capiva tutte le parole ma aveva capito che il ritornello diceva ‘voltati lentamente’, il ragazzo con la chitarra lo cantò guardandola negli occhi e lei si voltò lentamente e vide la porta che si apriva, il lampione sulla strada e la mano che si scansava i capelli neri dagli occhi per guardarsi bene attorno. Circa un milione di farfalle si alzarono in volo dal suo stomaco, ne riusciva quasi a sentire il rumore, poi lui la vide e sorrise camminando verso di lei; la porta si richiuse alle sue spalle lasciando fuori il vento, il lampione, la notte… e finalmente ci fu il silenzio nel vecchio bar. La canzone era finita e Penelope respirando finalmente provò un senso di pace quando lui prendendole il viso tra le mani le disse ‘eccoti’. ‘Ti ho aspettato tanto’, rispose lei a mezza voce. ‘lo so’ sussurrò lui baciandole la fronte. Penelope guardò il ragazzo con la chitarra che come se le avesse letto nel pensiero ricominciò a suonare la stessa canzone e ballando un lento tra le braccia di lui con la testa poggiata sul suo mento le sembrò finalmente di capire tutte le parole e si lasciò illudere dolcemente per un momento che nessun vento avrebbe mai riaperto certe vecchie ferite e le tornò alla mente un’altra canzone che finiva dicendo ‘io ti ho amato per sempre… e ti ho avuto per due ore’ e pensò non serviva a niente avere paura di domani, del vento o del tempo… che ci sono certe ‘ore’ che valgono una vita intera.

Karen Lojelo

Karen Lojelo
Karen Lojelo

Sono nata a Roma il 25 giugno del 1976 dove ho studiato, vissuto e lavorato fino al luglio del 2007, poi ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo: “L’amore che non c’è” poi è stato il tempo di
“Binario 8” una raccolta di poesie (che scrivo da sempre).
Appena uscito il mio nuovo romanzo ‘L’ebbrezza del disincanto’ e a breve un’antologia di racconti curata da me Mariella Musitano e Sara Marucci. Nel 2013 è andato in scena il primo spettacolo teatrale scritto da me ‘Riflessi’ e attualmente sono impegnata nell’ultimazione di un nuovo romanzo.
Chi sono io?
Bella domanda…: “io sogno cose che non sono mai esistite e dico: «Perché no?». George Bernard Shaw

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10 Commenti

  1. le ferite. Per i bambini sono come trofei di cui vantarsi. Li vedo al parco che si tirano su i pantaloni o si arrotolano le maniche della maglia per mostrarseli. Ne vanno orgogliosi i bambini delle loro ferite.
    Divagazione a parte, mi è piaciuto molto, come la scelta del nome della protagonista.

    • infatti la scelta del nome non era casuale... ho detto ma sì..è un po' che non lo uso questo nome...e tu sai quanto mi piace 😉

  2. Un breve incontro conserva in se tutti i tratti di una storia con tutti i suoi "se" e nessun "ma"; essa rimane come una cicatrice sulla pelle; una ferita che non sanguina più.

    • ma io credo che le cicatrici le lascino forse avvenimenti che hanno il tempo di segnarci appunto... forse questo invece è una specie di seconda occasione, ed è lì che le cicatrici del passato iniziano a tirare. Sono tutte le paure che ci portiamo dietro, forse addirittura fin da piccoli...

  3. Brava. Evviva le cicatrici che ricordano quanto abbiamo vissuto.
    Ciao.

  4. e la musica è ciò che meglio ti guarisce quando hai le ferite che sanguinano.Meglio guarire a passo di musica, meglio farsi abbracciare con una canzone in testa.

    • è la colonna sonora della nostra vita... sai quante volte mi ha salvato la musica?:)


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