Verso casa. Elllerre

Racconti elllerre

Il tergicristallo avanza veloce sul vetro spazzando via ogni goccia, tentativi vani di  contenere il ritmo di tanta emozione che si rovescia su tutto, ma niente può tenere questo tempo, un po' come me  che sono sempre fuori da ogni battito e avanzo appassionandomi ad  ogni pensiero.

Mi viene in mente una mattina d’inverno, quando camminavo mano nella mano con un padre silenzioso, uno di quei ricordi che ti porti sempre dietro, come un remake in bianco e nero, un nastro legato al polso per orientarti nella vita.

Quanti anni hai papà?”

Trentatrè” mi rispose sorridendo.

E ora io ne ho trentaquattro. Sono più grande di mio padre. Trentaquattro anni, quando mi pare a me.

Pioggia su pioggia. E traffico parallelo. Gli stop accesi d’improvviso, una frenata su tutto il fronte dei pensieri.

Disarmata. Disarmante.

Ecco le mani di carta di mia nonna, il modo in cui mi aspettava vicino alla stufa, il suo dolce rimprovero “ Non mangi mai niente, …diventerai tisica”…

Sorrido, e penso che non sono mai diventata tisica,  ma qualche volta canto ancora quella vecchia canzone che fischiettavo a lei …” le brave ragazze non fischiano, e mangia …”.

E allora mangiavo tutto quello che preparava, io  mangiavo per lei mentre chiacchieravamo delle cose, della guerra, dei figli andati via, mangiavo e fischiettavo la canzone, mentre lei sorrideva.

Traffico, e riflessi di luci che si accendono su tutti i volti, anche il mio.

Ecco i miei libri impilati male, il caffè, e tutte quelle foto in cui non guardo, in cui sono altrove. Mi piacciono le foto in cui sono altrove.

Mi piace essere altrove.

E il verde dell’erba appena tagliata, ed i giochi da bambina fino a sera.

Sento perfino la voce di mia sorella che mi richiamava all’ordine, mia sorella che battevo in ogni corsa,  che si fermava sempre prima, le faceva male la milza, diceva. Ma non era vero. Facciamo tutti così. E la corsa non si finiva mai.

Tornavo indietro da lei, “Tutto bene?”Tutto bene”, e sorridevamo, e ce ne andavamo verso casa camminando contro sole.

Tanto neanche io ce la facevo.

Ora le finirei quelle corse, insieme a lei, per vedere fin dove saremmo arrivate, che valeva sempre la pena di fare un passo in più, perché ogni passo in più era  un traguardo.

Semaforo rosso.

Una canzone nota.

E batto con le dita sul volante, a ritmo dei miei pensieri.

Passa una bambina in bianco e nero, vestita da primavera, le mani di mia madre che cucivano il vestito ed applicavano i fiori, ed io che la osservavo mentre la sua vita le scorreva davanti infelice, e poi felice, quando un giorno ha detto basta e se ne è andata.

E non l’ho mai rimproverata per questo neanche adesso, neanche mai.

Diluvia, ma a me la pioggia piace, lascia ognuno ai suoi pensieri, quasi sempre la nostalgia di qualcosa o qualcuno, ognuno nel suo abitacolo, ognuno nella sua storia, protetti da quattro portiere e quattro finestrini impenetrabili.

Mi fermo con le quattro frecce. Tic Tac Tic Tac.

Divieto di sosta.

E io rimango a guardarlo, come un soldato in garitta pronto a sparare al nemico,  perché so che arrivi tu, sorridente, sotto una tettoia di giugno, mentre capivamo che la felicità dura un’ora, e poi ti manca per sempre.

Torni tu, che non te ne vai mai, che ti fai spazio, che superi tutti, e ti metti proprio davanti a me, come un lupo senza padrone, in bianco e nero, o a colori.

Torni con il tuo sorriso, l’unico a pesarmi dentro come un macigno, il più bello immutato ed immutabile, torni bagnato fradicio sotto la pioggia e mi guardi.

Tu, che sei un altro  nastrino attaccato al mio polso, per ricordarmi la vulnerabilità delle cose, che non sempre c’è un lieto fine ma che è bello avere qualcuno accanto, fare un pezzo di viaggio insieme, tu, con tutte le tue parole, le mie porte sbattute, le tue attese, i miei sono qui, i tuoi non so, non ho letto, ora ho da fare, amo lei.

Non mi dire.

 

Torni tu, che non so dove sei.

E rimani così, perché io a te non so darti un ordine, o un posto nel mio cuore, lo occupi tutto, ti metti dove ti pare.

Torni tu che non ti so spiegare, che non ricordo mai  la parola giusta, che non ti so fermare.

Torni tu che eri cosa fragile in mano fragile.

Che poi io ti vedo bene mentre il tergicristallo scuote l’acqua e il cuore come un uragano.

Il segnale “ NON SOSTARE”

Te sotto.

Sorrido, correggo il tiro.

E’ una dichiarazione d’amore.

“ NON SO STARE SENZA TE”. Io davvero non lo so fare.

Forse un giorno compro un biglietto della lotteria e ti vengo a prendere.

Metto la freccia, mi reinserisco nel traffico.

Finalmente una canzone allegra, la canticchio un po' come una speranza a cui mi tengo stretta e a cui sorrido sempre, il dolce sapore del ricordo che ognuno ha di se stesso, il volersi bene comunque.

Ecco il parcheggio, ecco la salvezza che arriva sempre quando sai tenerti ben stretta alle cose tue.

Apro la portiera, e corro via sotto la pioggia,  un puntino visto da lontano, un ombrello colorato  e un sorriso nascosto.

 

elllerre
Sono fatta di farina e del profumo delle arance, di un milione di parole lasciate al sole e di nuvole calpestate. Sono fatta di pugni chiusi e di strade strette e in salita. Sono fatta di un fiume di città, di vento e di sorrisi aperti. Sono fatta di pensieri. Sono fatta di pancia.

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3 Commenti

  1. ti sei superata...è bellissimo meraviglioso fantastico questo pezzo!!!!!!!!

  2. molto ben scritto... questo andirivieni di presente e ricordi attaccati al polso... la pioggia che scende e tra un colpo di tergicristallo e l'altro un volto, un'immagine di qualcuno che ha contato nella vita della protagonista.
    Divieto di sosta... e infine un parcheggio sicuro.

  3. "...il dolce sapore del ricordo che ognuno ha di se stesso, il volersi bene comunque."
    Molto bello, dolcissimo, una carezza.


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