Anna guardava i gatti, ma i gatti non guardavano nel sole, era notte fonda a Venezia e lei sul tetto pensava all’isola di San Michele, un’intera isola adibita a camposanto. Entrandoci aveva capito perché qualcuno chiama eterno riposo la morte. Quello che aveva avvertito era stato un grande senso di pace, l’aveva sentito davvero come la fine di tutte le sofferenze e anche delle illusioni. Guardava i gatti sul tetto e poi si sporgeva per guardare giù. Avrebbe potuto prendere un bel respiro, chiudere gli occhi e fare il grande salto… Non aveva un motivo in particolare, ne aveva avuti molti, se ci si metteva a riflettere ne avrebbe trovati in abbondanza nel corso della sua vita ma nessuno così grave e senza via di scampo. Semplicemente le erano bastati per capire che tutto finisce prima o poi. Le erano bastati per avere un po’ di timore a credere in qualsiasi cosa. Le erano serviti per smettere di credere in troppe cose. La fede le era caduta dalle tasche e quando aveva provato a cercarla si era accorta che sotto di lei c’era solo acqua. Forse colpa della città in cui era nata che le aveva impresso nella mente questa idea che bisogna sapersi tenere a galla, che tutto oscilla come su una barca e non c’è nulla che tenga a lungo lo stesso equilibrio.

Io non sono Alice aveva pensato anche se tante volte ho creduto di essere nel paese delle meraviglie, puntualmente qualcosa di colpo l’aveva rigettata nella realtà senza alcun preavviso e lei aveva iniziato a scambiare quella che forse era l’unica verità degna di essere chiamata tale con una specie di sogno sognato male e troppo in fretta.

Già, anche i sogni hanno bisogno di tempo e di essere pensati bene eppure se chiudeva gli occhi le veniva in mente quel ragazzo che aveva rivisto sul molo qualche giorno prima. Sarebbe stato bello baciare le sue labbra almeno una volta, una volta soltanto, chiudere gli occhi e sentirsi a casa, annusare la sua pelle e chiudere gli occhi ancora, per ricordarlo per sempre e poi fare l’amore con lui come se fosse l’unica cosa da fare al mondo. Le sarebbe piaciuto davvero.

Ricordò di aver letto in un libro che ci sono persone che Dio fa incontrare ad ogni reincarnazione e che ha deciso debbano solo sfiorarsi senza potersi mai possedere veramente seppur spinti da una forza incontrollabile l’uno verso l’altra, per qualche motivo incomprensibile lei e quel ragazzo facevano parte di una disegno simile a suo parere perché erano anni che se lo ritrovava davanti nei momenti più disparati e meno opportuni e si chiedeva cosa sarebbe successo se si fossero messi in testa di andare contro ogni legge di natura, contro il destino e si fossero stretti sotto la luna quella sera. Non le importava delle conseguenze. Magari avrebbero invertito quell’ordine perfetto dell’universo, che poi così perfetto non le era mai sembrato, e si sarebbero capovolti i destini di tutti provocando un grande caos ma non le importava granché, in fondo era una che meditava sul suicidio quella notte e lo faceva solo perché aveva assistito ad una discussione in cui ci si chiedeva se fosse un atto di coraggio o di viltà. Lei era convinta ci volesse coraggio. Per questo lei poi si sarebbe buttata nella laguna e sarebbe finito tutto almeno per lei con un gran bel finale. Di quelli spettacolari come nei film e magari il cielo si sarebbe illuminato anche.

Dicono che l’Aleph sia uno momento in cui passato presente e futuro si incontrano e stanno nello stesso punto. Il punto in cui siamo davvero noi, perché noi siamo il nostro passato presente e futuro, non siamo altro. E questo si può scatenare in determinate circostanze, in un angolo preciso di una stanza, o guardando negli occhi qualcuno che ha fatto parte di tutte le nostre vite. Lei su quel tetto viveva il suo Aleph e tra tutte le cose che aveva rivissuto della sua vita le era venuto in mente sempre quel ragazzo del molo. Si alzò in piedi e fece un passo sul tetto ma nel momento in cui stava per buttarsi vacillò, si accucciò velocemente sulle tegole cercando con gli occhi l’entrata della finestra della mansarda da cui era uscita e tornò in casa.

Non era mai stata coraggiosa, ma soprattutto si accorse di avere ancora una speranza. E finché si ha anche una sola speranza… è ancora presto, anche quando sembra tardi.

A Praga Nadia seduta su una panchina guardava le foglie trasportate dal vento. La schiena dritta e le mani poggiate sulle ginocchia. Immobile con lo sguardo fisso davanti a sé e gli occhi talmente fermi da dimenticare perfino di sbattere le palpebre anche se non per questo sembravano così lucidi. Se qualcuno glielo avesse domandato lei avrebbe potuto rispondere che era colpa del vento. Già il vento, il vento che insieme al tempo porta via le cose. Lo stesso vento che a volte ne porta di nuove, ma tanto non si ferma mai abbastanza avrebbe detto lei se qualcuno glielo avesse fatto notare.

Non superare la linea gialla c’era sempre scritto a grandi lettere davanti ad ogni confine da non superare. Don’t cross the yellow line, lo aveva letto anche quel giorno alla stazione; lei quella linea l’aveva superata troppe volte ed era tardi per tornare indietro. Il punto di non ritorno è soggettivo, in fondo è uno stato d’animo.
Era andata oltre, ogni volta, aveva voluto guardare nella tana del bianconiglio anche se le avevano detto che è come il sole, è meglio chiudere gli occhi ogni tanto e lei invece si era sempre accecata di tutto.
Avrebbe voluto trovare una speranza e così scavava nei ricordi e nelle tasche ma c’erano solo briciole, pezzi di vetro e fili spezzati. Ogni volta ci riprovava, provava ad aprire meglio gli occhi per trovarne una anche piccola e scura o ancor meglio sfocata magari, ma proprio non c’era nulla che riuscisse a vedere più, aveva gli occhi stanchi e aveva visto troppo.
Si alzò dalla panchina camminando verso la linea gialla, si fermò un momento per guardarsi intorno, no, non c’era davvero più nulla che le interessasse, il treno stava arrivando e lei al momento opportuno si lasciò cadere sotto di lui.

httpv://youtu.be/tuBURPGsiIU

Karen Lojelo
Karen Lojelo
Sono nata a Roma il 25 giugno del 1976 dove ho studiato, vissuto e lavorato fino al luglio del 2007, poi ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo: “L’amore che non c’è” poi è stato il tempo di "Binario 8" una raccolta di poesie (che scrivo da sempre). Appena uscito il mio nuovo romanzo 'L'ebbrezza del disincanto' e a breve un'antologia di racconti curata da me Mariella Musitano e Sara Marucci. Nel 2013 è andato in scena il primo spettacolo teatrale scritto da me 'Riflessi' e attualmente sono impegnata nell'ultimazione di un nuovo romanzo. Chi sono io? Bella domanda…: "io sogno cose che non sono mai esistite e dico: «Perché no?». George Bernard Shaw

Suoi ultimi post

11 Commenti

  1. quando con mio figlio andiamo a prendere la metropolitana lui mi tiene stretta la mano; è emozionato e felice, ma sempre, sempre e ancora sempre, mi dice che dobbiamo stare lontani dalla linea gialla perché è pericoloso. Qualche mese fa sognò qualcuno che gli dava una spinta e lui si era ritrovato a cadere sulle rotaie perché era oltre la linea gialla.

  2. bel racconto...
    possiamo essere il porto di mille pensieri ma alla fine è singolo l'istante in cui decidiamo di noi

  3. "Il punto di non ritorno è sog­get­tivo, in fondo è uno stato d’animo." Ci si augura di non oltrepassarlo mai.
    La vita è troppo preziosa, ma se la parete che stai scalando diventa liscia e non ha più appigli, inevitabilmente
    precipiti. Le scalate non si dovrebbero mai fare in solitaria. La speranza è l'appiglio più solido, la corda dell'amico
    che ti tiene in sicurezza.
    Racconto molto bello.

  4. Basta un attimo, di paura o di coraggio e si può cambiare la propria esistenza o fermarla del tutto
    A volte può essere addirittura soltanto la fortuna del momento...

    Bel racconto Karen

    • sì ma per salvarsi occorre avere ancora almeno una cosa da desiderare...
      grazie Manuel 🙂


Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commento *

Name *
Email *
Sito