La notizia era già stata data circa un mese e mezzo prima, ma senza tanti clamori così da passare subito in secondo piano ed essere dimenticata. Lui stesso ne aveva sentito parlare, se al Tg o su qualche giornale non si ricordava al momento, e d’altronde non era più importante. Non essendo stati dispacciati allarmi, anche lui la aveva presa come una semplice notizia scientifica.
Invece adesso era tutto vero. Due giorni prima, tutti i mass-media avevano dato, a livello mondiale, la stessa notizia: un meteorite grande come l’Africa si sarebbe scontrato con la Terra il 21 dicembre 2012. I Maya avevano avuto ragione, il mondo come l’uomo lo conosceva, sarebbe stato spazzato via. I politici e i governanti di tutto il mondo si scusarono, senza troppa convinzione, del ritardo della notizia ma non avevano voluto provocare allarmismi e rivolte. Paolo pensò che, neanche in un occasione del genere, il popolo aveva avuto la giusta opportunità che gli sarebbe spettata di diritto.
La reazione fu prima di un attonimento incredulo ovunque,sembrava quasi che il mondo fosse avvolto nel silenzio più assoluto durante la lettura di quel comunicato. Come era possibile? Cosa sarebbe stato di noi?
Seguirono rivolte un po ovunque, poi il caos più totale: la gente, in qualunque parte del mondo, lasciò perdere qualsiasi cosa, qualsiasi lavoro, per cercare di spendere come meglio credeva, o poteva, quegli ultimi giorni. Il mondo come lo si conosceva, la società in cui si era cresciuti, semplicemente cessò di esistere: niente più funzionava, e tutto sembrava comunque muoversi, forse in meglio.
Paolo decise di fare lo stesso, e dopo il primo momento perso nello sfogare la sua rabbia in piazza contro chi gli aveva rubato ultimi istanti importanti di vita, cercò di rimanere calmo e pianificare il da farsi.
Cinque giorni, troppo pochi per poter viaggiare, per andare a vedere quei posti nel mondo che aveva sempre sognato. Cinque giorni, sempre troppo pochi per realizzare quei sogni a lungo termine che si era sempre dato, quelle distanze e quei traguardi che lo avevano spronato ad andare avanti fino a quel momento.
Cinque giorni, ancora molto tempo per cercare di rimediare ad una vita, per dare senso ad un’esistenza, o almeno per salvare il salvabile. Passata la rabbia, lo sconforto e la paura, il suo abituale ottimismo lo portò a pensare che aveva comunque una possibilità che, altrimenti, molto probabilmente non avrebbe avuto: passare il tempo con la sua famiglia, riallacciare magari alcuni rapporti che il tempo, l’orgoglio e la distanza avevano rovinato, dirsi quelle cose che altrimenti non avrebbe mai detto.
Perché ci si costringe sempre all’ultimo momento, quando non si ha nulla da perdere, a fare e dire quello che altrimenti non diremmo o faremmo mai? Perché ci costringiamo a seviziarci con i rimpianti per tutte le cose che avremmo potuto ma non abbiamo mai fatto?
Quante porte aveva chiuso in vita sua, per orgoglio, per pigrizia o solo per paura?
Bene, adesso aveva una possibilità di salvezza, adesso che non aveva più nulla da perdere poteva finalmente provare a recuperare. Decise si non violentarsi troppo con tutti i rimpianti per tutto quello che non aveva fatto. Decise di dimenticarsi di interrogarsi se la sua esistenza avesse avuto un senso oppure no. Almeno per il momento.
Prima sarebbe corso dai suoi, avrebbe passato con loro qualche giorno, avrebbe cucinato i piatti preferiti di tutti, avrebbe parlato con loro, aperto il suo cuore ai propri sentimenti. Avrebbe pianto forse guardando negli occhi sua madre, avrebbe riso vincendo l’ennesima partita a carte contro suo padre. Li avrebbe stretti a se, baciati colpendoli di sorpresa per dar loro indietro tutto l’amore che aveva ricevuto. Avrebbe detto a suo fratello che gli aveva sempre voluto un bene dell’anima anche se erano opposti e distanti. Si sarebbe fatto raccontare da sua nonna tutte le storie di guerra, di povertà e d’amore che non aveva mai chiesto a suo nonno, rapito come era da altre cose e pensando di avere tutto il tempo che voleva.
Avrebbe bevuto una bottiglia di vino con il suo migliore amico per ricordare una vita insieme, tutte le loro cazzate, le loro vittorie, le loro sconfitte. E non importava se lo avessero fatto di persona, per telefono o chattando al computer. Avrebbe chiamato altre persone per chiarirsi e magari per chiedere scusa.
Avrebbe chiamato la sua donna per dirle di fare lo stesso, o di spendere al meglio quell’ultimo tempo che restava.
Lui sarebbe passato a prenderla, per spendere insieme almeno le ultime ore.
Lontano da tutto, lontani dal mondo. Lui e lei in quel loro rifugio sopra la montagna, Quando le parole non sarebbero bastate, quando niente contava e tutto sarebbe stato comunque importante.

Cinque giorni, e la fine non gli sembrò poi così male.
Aveva ancora tempo per fare le cose veramente importanti. Aveva ancora tempo per godersi la vita e ogni secondo che gli rimaneva.
E gli piacque pensare che l’amore avrebbe vinto ancora una volta prima che tutto finisse....

Manuel Chiacchiararelli
Manuel Chiacchiararelli

Nato a Roma, nel lontano 1975. Da allora sempre in movimento, prima in Italia, poi in Europa.
Fermarsi e ripartire, rimettersi in gioco, fare esperienze sempre e comunque
E la scrittura, unico punto fermo nella mia vita burrascosa, mi aiuta a catturare i ricordi…
A fine 2011 finalmente ho coronato il mio sogno ed ho pubblicato il mio primo romanzo “Lo Sguardo dei Faggi” edito da Aracne Editrice .

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