Con stupida acribia ho soppesato e osservato le regole.
Il tempo scorreva quieto come un fresco torrente
nella stagione che è detta dolce e amabile dal poeta.
Con machiavellico nitore di logica,
si passa la vita a prevenire
o al peggio arginare,
tanto che tutto par diventare
piegar bene il vestito,
e poi rammendo su rammendo,
portarlo alla buona ma con dignità.
C’era il sole fuori,ma la sua luce
mi pareva colma di ferocia.
“Accontentarsi delle piccole cose,”
dice la gente,
ma si può mai dire che la “gente” è un soggetto compiuto?
E serrare le mascelle aspettando tutt’al più la pioggia,
leggere un buon libro,
mentre il fuoco langue nel camino
e fuori,il vento,
infuria chiuso fuori.
E le passeggiate,il giornale della domenica,
le circostanze misurate col compasso:
è così che una vita esangue non butta sangue.
C’era il sole fuori,
ma le tapparelle erano calate come cataratte…
e le urla dei bimbi in gioco,dai giardini,
mi accoltellavano il cervello.
Cominciai a odiare qualche sporadica cimice,
lo scricchiolio di una porta,
un oggetto mal riposto,
il rumoreggiare sinistro che ha il mattino,
quando tutto si rimette in moto
e la macchina della vita ciancia le sue ragioni,
nel tuo orecchio sonnolento –
che piano perde le cure amorevoli del silenzio.
Vidi rischi e motivo di renitenza
in cose sempre più futili.
E una vecchia foto,la sola che tenevo,
cominciò a guardarmi con disprezzo…
un vecchio,caro sorriso,
divenne ghigno crudele …
C’era il sole fuori,
e una radio,da qualche parte,
tranquillizzava gli ascoltatori
sugli ultimi sviluppi di una certa faccenda
che non capivo,ma mi parve da subito minacciosa…
Poi scivolarono come su un immaginario tappeto rosso,
i miagolii di un altro cantante
e note orticanti che gli facevano il contrappunto.
Io chiusi gli occhi e piegai il capo,
ma la grazia del sonno non venne…
mentre tutto sembrò cominciare a danzare.
Una vita esangue non butta sangue,
e chi vuole mai ferirsi:
meglio un’attenta profilassi.
Non avevo che da uscire per recarmi a lavoro,
e tornare al più presto a casa :
niente rischi,niente incantamenti traditi,
niente botte, e scosse,e ferite che bruciano.
Il mondo era una cosa ridicola che continuava a girare,
e finiva quando in casa mi potevo ritirare.
Finii per buttarla,quella vecchia foto:
mi pareva sempre più mostruosa e carica d’insulto.
Coprii tutti gli specchi.
Poi ,alle prime luci di un mattino,
mi decisi e li buttai tutti in un cassonetto.
I libri mi parvero dei buonissimi amici,
fidati e fedeli:
basta allungare una mano per aprirli quando vuoi –
mentre il cuore di certe persone non si apre mai.
C’era il sole fuori,di questo sono certo,
mi tolsi di dosso la vestaglia stropicciata
e vestii il mio migliore vestito.
Cominciai una lenta,meticolosa rasatura –
senza specchio,naturalmente;
e senza più sapere da molto tempo,
a che punto era il mio volto…
Mi sciacquai tre volte il viso –
due pacche sulle guance –
e mi sembrò ancora tonico e compatto.
Le mie mani,invece,erano molli
e bianche come molluschi,
e rigirandomele sotto gli occhi,
ne ebbi orrore,
ricordando i miei soli quarant’anni.
Affilai di nuovo il rasoio,
e mi aprii la gola da parte a parte.
Ebbi stupore di quanto sangue uscisse fuori,
in spruzzi,rivoli,gorgogli –
perché le mie vene erano secche da tempo.
La cosa buffa è che mi trovarono
solo dopo molti e molti giorni – oh,non di questo mi stupisco,
non di questo dovete sorridere – però vedete:
già marcio frollo, e vestito in maniera impeccabile,
col mio migliore abito tirato a lucido.
Un cadavere gonfio e olezzante vestito a festa.
Già già…Così è stata la mia vita.

Massimo Triolo
"Meglio regnare all'Inferno,che servire in Paradiso"

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