Cosa sono? La faccia oscura della luna, un aspirante “sospirato”, sapevo cosa volevo, ma perdendo tempo a cercarlo, ora non ricordo più.

Ho lasciato i sogni in qualche angolo nascosto dei buchi neri che popolano piccole e grandi città, sono il bicchiere mezzo pieno e il rabbocco che prolunga di qualche minuto l’illusione di una gioia condivisa e, versa versa, mi sono scolato qualche anno, trascorso col fragore della piena o nel silenzio che fa il vapore quando torna in cielo a creare candide immagini astratte.

Menestrello, a passo di danza, o claudicante dopo una botta, mi sento un ragazzino quando le imposizioni non mi lasciano respirare, meglio ancora se apro gli occhi e mi lascio sedurre da una visione, un sorriso, uno sguardo in cui scorgere sincera benevolenza, e ci sono, anche se ho visto sfiorire distese d’entusiasmi, una carestia, una divisione programmata per renderci automatici e insensibili, più efficace di un addestramento militare, nessuna pietà, tutto subito e passiamo oltre.

Anziano, eccome, nostalgico, curioso, romantico come solo sanno essere i giovani che non sanno e i vecchi gentiluomini d’altri tempi, una rosa o una serenata, che differenza fa? Una mano stretta fra le mie, con la delicatezza di un germoglio, un profumo che non sai più qual è, ma impresso nella memoria e un giorno qualcuno me lo restituirà ai sensi.

Antico, aggrappato ai tempi di sigarette fumate al centro della via affollata, con passo rapido e nervoso, la mente vorticosa di poetici mulinelli, sguardo fiero e spavaldo, sono ancora così, se la tosse non parla al posto mio, o se la schiena non m’inchioda come un povero cristo su quella panchina, sì, sempre quella interessata ai disagi del mio culo.

Povera città, questa, ma dotata di un fascino del tutto peculiare, mi piaceva raggiungerla o allontanarmi da lei, come si fa con una donna che non siamo capaci a domare, e siamo lì lì per mandarla al diavolo, ma poi quegli occhi ci perseguitano, scorrono lungo le rotaie e li vedi alle tue spalle nel cesso della carrozza, e allora non puoi fare a meno di tornare come un pavido Odisseo, strapparla ad altri uomini e prenderla sotto braccio, passare notti spaventate di fulmini e vento in vecchie strette stanze di appartamenti anni settanta in riva al mare, con i muri azzurri come la volta celeste o un veleno che uccide con calma.

Conservo un ricordo confuso di quella notte, a trovarmi per via in una tiepida serata di fine settembre, con le migrazioni del sabato febbricitante, potevo sentire lo spostamento d’aria quando le loro ali mi sventagliavano accanto e attraverso, accovacciato su un muretto, con un vino economico ma dignitoso, rosso sangue, sbiadito come il mio, come se avesse vagato troppo a lungo, inutilmente forse, nell’intricato carcere del reticolo venoso.

Una sigaretta via l’altra occupava le labbra mute, mi sentivo eccitato, con un senso d’attesa che non potevo nominare, e non sarebbe accaduto nulla capace di scuotere quel coma collettivo che si dice normalità.

Ne avevo abbastanza, raccolsi i miei quattro stracci, pentito di quella nota estemporanea, raramente ero predisposto al vagabondaggio se non ero in vena di scuotere chiome di sentimenti per cogliere qualche spicciolo nel cappello, ma senza la speranza che germogliassero moltiplicandosi, l’unica sostanza che conservavo con avidità era una presunta forma di libertà.

Chi stavo aspettando? I fantasmi degli amanti, silenzi anonimi con il loro fardello di nostalgia sulle spalle strette, gli usci serrati delle occasioni lasciate a galleggiare come barchette di carta e quando affondavano mi spezzavano il cuore, come ascoltare le grida dei naufraghi zittite dai flutti.

Probabilmente stavo esagerando col rosso ed ero a quel punto di trasparenza che mi ostacolava all’approccio, musica, vociare, entrai, un teatro malconcio di cui ignoravo la presenza.

Sul palco si stava esibendo un gruppo che calcava le orme pesanti di una melodia popolare, un suono lontano, di taranta nervosa e serpeggiante, di mari più blu e pelle bruciata dal sole, una disperazione sanguigna e viscerale, simile a una vita stretta fra i denti, contro le scommesse del caso ostile, una sopravvivenza manifestata in tutte le sue crude sfaccettature, rendeva gloria all’uomo al di sopra delle imperfezioni, della precarietà, il vizio, le passioni, l’ipocrisia, la donna e il suo odore più intimo, fame insaziabile di lame che affondano e spalancano i ventri a una gioconda pioggia di marmocchi.

La vidi apparire per un istante, come un fotogramma impercettibile, un lampo sulla pellicola, nella penombra di quei volti senza classe sociale, inclassificabili per tempo o età, rimuginai su oscurità lontane, altri tempi, luoghi diversi, quando spiavo il suo profilo protetto dal buio di un locale affollato, senza coraggio per farmi avanti, pentito quando battevo in ritirata a mani vuote, ferito quando una relazione non moriva mai felice e contenta.

Il concerto terminò e le luci ripresero possesso della sala gremita di giovani, ma non troppo, fuori corso, studenti, altri vagabondi, visi esotici, mi rinfrancai, sollevato d’essere stato guidato dall’incoscienza in un luogo sconosciuto, ma congeniale alla mia presenza, probabilmente si trattava di un club privato, qualcuno fumava senza problemi, arrotolai altro tabacco e raggiunsi il banco, cazzo, con le tasche vuote, passai la mano, adocchiai qualche tavolo su cui erano rimasti bicchieri a metà e qualche bottiglia di birra, sorseggiai spegnendo l’incendio che bruciava la gola arsa da giorni, vizi e umori.

Riuscii a scambiare qualche parola, ed ebbi la sensazione d’essere osservato, finchè una mano, cauta, non mi toccò la spalla: non avevo dimenticato i suoi occhi, prima di parlare mi ci tuffai, senza respirare, sarebbero stati il mio spazio senza aria, ma la visione dell’infinito è impagabile, e per un attimo mancai.

Marco Gasperini
Non sono io, scimmia ammaestrata, il solito disperato buffone, spirito invernale sconfitto dall’enigmatica primavera del cuore in codice -Se la notte incombe, dammi l’illusione di un puerile mattino.

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7 Commenti

  1. sapevo cosa volevo, ma per­dendo tempo a cer­carlo, ora non ricordo più...
    bel pezzo Marco mi è piaciuto molto...

    • Grazie Karen 🙂

  2. Grazie, Vera -

  3. "come un filo d’erba
    si lascia cal­pe­stare
    da infi­niti inverni
    e risorge
    per ogni ingan­ne­vole primavera"
    aveva già lasciato un segno nei miei futtuanti pensieri............
    Questo posto mi piace......potrebbe essere una piacevole, sana, abitudine entrarci "al temine delle nostre notti" a respirarne l'aria a pieni polmoni............grazie, Marco, per avermelo fatto conoscere.
    ...e naturalmente bravo, che questo possa essere un inizio, te lo auguro con tutto il cuore.........Dona.

  4. Grazie Donatella


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