L'uomo che ascoltava gli alberi

Racconti MariC

Ottavio aspettava sempre il tramonto.
Uscendo di casa aprì adagio il vecchio portone per contare gli anni di quel legno stanco. A volte erano ottanta, a volte novanta, secondo l'umidità. Dieci per ogni cigolio dei cardini. Quel giorno il portone ne confessò cento senza falsi pudori, e lui lo richiuse con delicatezza, perché lo scatto della serratura gli fosse lieve.
A testa bassa, s'incamminò sull'acciottolato cercando di mettere ordine nei pensieri e di tenere a bada la curiosità e la smania di arrivare.

La notte precedente gli era comparso in sogno un ficus con rami e radici aeree spettacolari. Era un albero robusto, ma aveva perso tutta la corteccia ed era esposto ai venti gelidi del nord a cui non era avvezzo. Sentendo il suo lamento, si era avvicinato e aveva coperto un pezzetto del tronco con la copertina azzurra di quand'era bambino; poi si era seduto sulle sue radici ad ascoltare.

Come sempre, al suo risveglio ricordò ogni dettaglio dell'albero, ma nulla di quello che gli aveva raccontato. Però, ancora una volta l'aveva riconosciuto e sapeva dove trovarlo.
Negli ultimi anni aveva girato in lungo e in largo la città e aveva mandato a memoria la posizione di tutte le piante, le loro caratteristiche, i pregi e le debolezze. Ora poteva andare a colpo sicuro senza strapazzare le articolazioni delle gambe che avevano incominciato a scricchiolare come quelle del portone.
Il ficus del sogno viveva in un parco, in un angolo un po' defilato, rifugio di coppiette affamate di baci e di carezze.

Quando Ottavio arrivò il sole era basso sull'orizzonte e le ombre si stavano stiracchiando morbide prima di dileguarsi.
Sentì il fruscio delle foglie stropicciate dal vento e voci lontane di bambini.
Nient'altro.
Attento a non inciampare si avvicinò all'albero, guardò in alto verso le fronde che filtravano gli ultimi raggi del sole e rimase in piedi per qualche istante a respirare l'aria che sapeva di mare.
Poi, afferrata una radice aerea, piegò con lentezza le gambe, si sedette e appoggiò il dorso al tronco.
Chiuse gli occhi e si mise in attesa.
Devo avere pazienza, pensò, ogni albero ha i suoi tempi.
Il ficus era molto vecchio e molto saggio e sapeva che quell'uomo avrebbe aspettato fino all'alba, se ce ne fosse stato bisogno.
Ottavio cercò una posizione comoda e lasciò correre il pensiero ad altri incontri, a quello col triacanto, con l'albero di giuda, con la paulownia... alle storie che gli erano state svelate in gran segreto.
E intanto si accendevano i lampioni lungo il viale, e il sole tramontava, e il vento soffiava più sicuro, e le voci dei bambini entravano nelle case.

Finalmente sentì una voce roca vibrargli nelle spalle.
«Ho accumulato così tanti anelli nel mio tronco che ho perso il conto. Tanti, tanti anelli.»
Ottavio rimase fermo, senza parlare. Sapeva che gli alberi non amano essere interrotti. Dicono quel che devono una volta sola, poi tornano per sempre nel loro mondo. Ti guardano, ti sentono, ti osservano, ma non ti parlano più.

«Sono ancora sano nonostante gli anni, ma faccio fatica a comunicare. Avrei tante storie da raccontare, ma una mi preme in particolare, quella di un bambino. Il suo nome è Giuseppe. Lo cercarono a lungo. Ovunque. Ma non qui. Fu ucciso e seppellito all'ombra delle mie fronde, ma lontano dalle mie radici. Lo sentivo piangere per il freddo, la solitudine e la vita negata. Ogni giorno e ogni notte, senza smettere mai. Nessuno veniva a pregare o ad accendere un lume sopra di lui. Allora ho raccolto tutte le mie forze per raggiungerlo. Ero giovane a quei tempi. Ho allungato le radici e le fronde verso di lui, ho assorbito nutrimento dal terreno e dalla pioggia senza darmi tregua. Ci sono voluti molti anni, ma da lontano lo rassicuravo e lui mi sentiva arrivare. Quando l'estremità della mia radice lo ha sfiorato l'ho sentito sorridere per la prima volta da quando l'avevano ucciso. A poco a poco ho abbracciato tutto il suo corpo: la testa, le spalle, il torace, le braccia e le gambe. Gli ho dato compassione e consolazione. Il tempo passava e quella carne e quelle ossa sono diventate le mie fibre e la mia linfa. Ora il ficus e Giuseppe sono una cosa sola. Anche se il ficus è vecchio e decrepito e Giuseppe è rimasto il bambino di allora, in un limbo eterno...»

Mentre la voce roca del vecchio albero si spegneva, Ottavio udì il trillo del riso di un bimbo.
Lo sentì vibrare nelle spalle.

MariC
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Nessuno capisce fino in fondo i propri abili sotterfugi, messi in opera per evitare l'inquietante ombra della conoscenza di sé. (J. Conrad)

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3 Commenti

  1. MariC mi piace molto come scrivi, con questo racconto poi hai toccato corde che vibrano dentro me, invisibili ma che sono me. Forse perché vorrei come il vecchio Ottavio ascoltare gli alberi, ascoltarli come un vecchio amico. Anche solo una volta... per ora mi limito ad appoggiare la mia schiena sul loro tronco e mi rilasso all'ombra delle loro chiome. Altre volte li abbraccio forte...e magari mi parlano, nella loro lingua e io non la comprendo, ma sempre, dopo sono più serena.

  2. Brava MariC, una fiaba senza tempo, il vecchio, l'albero, il bambino, il sogno di un mondo migliore...

  3. veramente incantevole ...


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