Nell’anno del Signore…

Racconti Marisa Amadio

-Mamma, perché la luna ha gli occhi tristi ?

-Dove li vedi gli occhi sulla luna? Sorrise sua madre.

Zuanne trascorreva tanto tempo a scrutare la luna quando troneggiava in cielo bella e piena, come una regina. I suoi occhi di bambino ne coglievano un’espressione perennemente tragica e sofferente, che non riusciva a spiegare e a descrivere alla madre.

-Sarà che da lassù osserva tutte le nostre miserie – pensava tra se - sarà che non può far nulla se non regalarci la sua luce d’argento.

Era una sera d’estate e le abbondanti piogge primaverili avevano riempito torrenti e corsi d’acqua minori che solcavano le colline. Uno scorreva vicino alle case rumoreggiando come una cascata. Faceva molto caldo e l’afa portava un’umidità insopportabile.

Dal Col de Fer, il colle più alto, il castello sovrastava la piana sottostante formata dall’incontro tra due valli e consentiva un ampio sguardo su una importante zona di collegamento tra pianura e montagna.

La sua terra, ricca di ferro, conferiva al suolo un colore rossastro che aveva suggerito il nome dell’altura. C’era però anche un’altra interpretazione legata a quel nome: l’inespugnabilità del colle ai nemici.

Il castello, era costituito dal mastio situato sulla sommità del colle e dal borgo adagiato sulle pendici sud-occidentali e meridionali.

Esternamente piccoli agglomerati di case, sparse qua e là, formavano il villaggio abitato da povera gente, un popolo non molto numeroso.

Zuanne, nato e vissuto lì, era un ragazzo sveglio: due grandi occhi scuri che spiccavano su un viso magro solcato dalla fame. Il sorriso era quello dolce da bambino di tredici anni, anche se le asprezze della vita lo avevano già segnato.

Una vita non facile la sua, per quanto si sentisse protetto dalla famiglia e soprattutto dalla figura imponente di suo padre. Quell’omone che lo trattava ormai come un uomo fatto e dal quale riceveva ogni tanto una pesante pacca sulla spalla, in segno di approvazione e stima.

-Domani porterai le bestie a casa un po’ prima! Qui ho bisogno anche di te.

-Come volete padre… in cosa vi devo aiutare?

-Ne parliamo stasera.

Zuanne sapeva già, nel momento in cui pronunciava quella domanda, che il padre non gli avrebbe risposto. Tutto doveva rimanere nel silenzio, come se una parola sfuggita potesse arrivare a orecchi che non dovevano udire.

L’alba si profilava all’orizzonte quando il ragazzo uscì di casa. Era una mattina come tutte la altre. Mille raccomandazioni lo avevano seguito fin sull’uscio di casa e anche oltre.

La voce di sua madre gli arrivava a tratti, quasi a volerlo accompagnare nel suo andare.

Ogni giorno svolgeva le proprie mansioni stabilite dal padre. Il capo famiglia. Sempre le stesse quotidianamente invariate, rituali, indispensabili al buon funzionamento della vita familiare.

-Ciao mamma, stai tranquilla, stasera ti porto le more mature, ho visto che i rovi ne sono pieni.

- Vai Zuanne, vai, e torna prima del buio. Mi raccomando stai attento a non perdere le bestie!

I colori dell’alba sfumavano nell’azzurro intenso del cielo, dove una pallida luna si attardava a farle compagnia. Un cielo limpido, senza neppure la sbavatura di una nuvola, prometteva un’altra calda giornata d’estate.

Il ragazzo fece uscire gli animali dal recinto, erano poche capre e pecore che portava al pascolo nei prati sotto le colline. Attraversava alcuni terreni nel suo andare e si fermava solo il tempo per far brucare un po’ d’erba agli animali.

In quei momenti si attardava a guardare i tralci delle viti che trovavano sostegno sugli olmi e gli aceri, sui frassini e sui pioppi sparsi in maniera più o meno fitta e regolare.

Prima della vendemmia - si riprometteva - riempirò questa pancia vuota di uva dolcissima, ogni anno riesco a rubare qualche bel grappolo e nessuno se ne è mai accorto!

Accanto ai vigneti si trovavano piccoli appezzamenti che venivano seminati a frumento, avena o sorgo rosso, li attraversava facendo attenzione che gli animali non causassero danni; più in là c’erano i prati dove lasciar pascolare il bestiame.

Solo allora Zuanne si sdraiava sull’erba soffice con le mani incrociate sotto la nuca, lasciandosi scaldare dal sole come fosse una morbida coperta.

Quel giorno, fiancheggiando il Rui, aveva deciso di raggiungere la sorgente a metà collina. Era una terra di risorgive quella. Il fosso, pieno d’acqua, solcava gorgogliando il colle e scendeva nella piana sottostante scorrendo per un breve tratto vicino alla sua casa.

Giunto lassù si fermò e fece scendere gli animali giù per la scarpata fangosa ad abbeverarsi all’ombra degli ontani e lui si sedette poco più in là tenendosi però vicino agli alberi.

Quello era un luogo magico, dove dialogava con se stesso e si sentiva un uomo, dove ripensava a quello che aveva sentito dai grandi e dove poteva esprimere la sua opinione senza che qualcuno lo zittisse.

Ogni tanto un rumore lo distoglieva dal suo fantasticare, e lo metteva in allerta. Allora agilmente si arrampicava su uno degli alberi, su, più in alto che riusciva ad arrivare, così come gli aveva insegnato suo padre.

Lì in cima, nascosto tra i rami, ripeteva a bassa voce come una litania :

-”Signore fa che se ne vada, fa che il vento soffi altrove e non porti a lui il mio odore. Signore fa che non s’accorga che io sto quassù con le gambe molli per la paura e la lingua asciutta, senza più il fiato per poter urlare e chiedere aiuto!”

Quella terra, dove sorgeva il villaggio e il castello, era appartenuta da tempo immemorabile ai Lof: i lupi. Cacciatori coraggiosi e fieri che qui avevano vissuto prima che gli uomini la occupassero.

Ora, della loro fierezza era rimasto ben poco, nei loro occhi si leggeva la stessa disperazione e la stessa fame degli intrusi, ma a causa delle loro continue aggressioni agli animali domestici e alle persone erano diventati un reale pericolo.

Il rumore che lo aveva allertato si era rivelato un solo falso allarme. Zuanne scese dalla pianta e continuò ad osservare le bestie che pascolavano o si stendevano per terra a riposare. Si sentiva grande. A lui affidavano i compiti più impegnativi. Accompagnava il padre nella palude con quel loro carretto sgangherato a caricarlo più del possibile di strame e canne. Là aveva imparato a pescare qualche pesce che, pur senza sfamarli, per un altro giorno gli permetteva di andare avanti.

Rientrò a casa nel tardo pomeriggio quando il sole era sceso e l’orizzonte rosso come il fuoco infiammava il borgo, colorandolo d’un riflesso amaranto.

La sera, prima di cena, tutta la sua numerosa famiglia di nonni, zii, zie e cugini si era raccolta intorno al focolare. Avevano recitato come al solito il rosario e lì si sedettero, dopo il misero pasto, con un bicchiere di vino in mano come nelle grandi occasioni.

I racconti di chi aveva visto le belve e di chi  riportava voci di storie paurose e fantasiose venivano seguiti da tutti con grande curiosità.

Zuanne, seduto accanto agli adulti, ascoltava in silenzio e ora comprendeva la gravità del momento e l’importanza di quella notte, cercando di nascondere la paura.

Tutto era stato deciso, tutto era pronto.

Nei giorni precedenti, si era percepita per il borgo un’insolita atmosfera. Gli uomini avevano lavorato all’incrocio dove si congiungevano i sentieri che scendevano dalle colline. Avevano lavorato fino a non sentire più le mani e le braccia, con le schiene a pezzi, ed ora non rimaneva loro che aggrapparsi alla speranza che da quel momento di unione di persone si rafforzava.

Era l’occasione decisiva per stabilire chi fosse il più forte e sarebbe stato il padrone indiscusso di quelle terre e chi, al contrario, avrebbe dovuto soccombere e abbandonarle.

Quella notte, col trascorrere del tempo, la paura era accresciuta togliendo a tutti il sonno. I piccoli infilavano la testa in grembo alle madri, tappandosi le orecchie con le manine, con le emozioni che si fondevano all’eccitazione per un evento insolito, diverso dalla monotonia delle giornate sempre uguali.

Anche Zuanne non volle dormire e rimase in ascolto.

Ed ecco, dalla fitta boscaglia sulla collina, arrivare i primi ululati di richiamo.

Gli uomini avevano ormai imparato a riconoscerli e a conoscere come si muoveva ed agiva il branco.

Il capo branco si preparava alla discesa e tutti gli altri lo avrebbero seguito, tanto era forte in quelle fiere il senso della collettività. Rimanere uniti significava avere più possibilità di successo nella caccia e quindi non morire di fame.

Gli ululati, sempre più vicini,  più acuti, tremendi annunciavano che il branco cominciava a muoversi.

Poi tutto si fece quieto, ma la presenza dei lof si percepiva nonostante il silenzio e la fluidità dei movimenti.

Era questione di poco tempo ancora e si sarebbero sentiti i rumori di rami spezzati, di tonfi e di guaiti, di ululati di dolore per le ferite mortali.

Il primo a cadere nella fossa fu il capo branco.

Di seguito gli altri più prossimi a lui.

L’animale scelto come vittima aveva condotto il loro sensibilissimo olfatto fino alla trappola mortale. Imbrogliati nei sensi, non videro oltre i rami messi ad arte, per celare l’inganno, sopra un intreccio di canne di palude.

Nel borgata nessuno sarebbe uscito, bisognava attendere che il resto del branco, riconosciuto il pericolo, arretrasse di nuovo verso le alture e le proprie tane, perché quella non sarebbe stata notte per la caccia.

La fame, che stringeva in una morsa dolorosa i corpi magri dei lof, li disorientava e li rendeva incapaci di desistere, confusi da quel pericolo inatteso.

Gli ululati diventarono ringhi di rabbia e dolore, ma alla fine i superstiti si ritirarono.

Albeggiava quando dalle case uscirono lentamente ombre di esseri umani coi volti tesi, muniti di armi occasionali trovate in casa per difendersi.

Zuanne si preparò a seguirli ma qualcuno lo fermò. Rimase così, deluso, sulla porta di casa ad aspettare…

 

Marisa Amadio
Marisa Amadio
"...siamo tutti contenitori attraverso cui passano le identità: siamo lineamenti, gesti, abitudini in prestito che poi trasmettiamo non c'è niente che sia nostro. Esordiamo nel mondo come anagrammi di chi ci ha preceduto..." Maggie O'Farrell

Suoi ultimi post

5 Commenti

  1. Mi ricordo di quesgto racconto. E come tempo fa, mi ci sono addentrata, dapprima curiosando fra i rami di un olmo, poi camminando per le terre con Zuanne. Molto bella la descrizione dei luoghi, della natura, delle piante e del modo in cui venivano utilizzate dai contadini, come gli olmi e i pioppi su cui far crescere le viti. Una realtà diversa e lontana, radici di una pianta dimenticata. Eppure facente parte del nostro passato.

  2. Sì Mariella, un frammendo di un passato molto lontano che ancora mi affascina.
    Grazie.

    • un frammento meraviglioso Marisa, sai trasportarci in tempi dimenticati... brava.

  3. Grazie a te Marisa per questo racconto e questa descrizione di un passato in cui mi sono potuto tuffare.
    Veramente bello

  4. Ottima il tessuto narrativo, molto ben scritto e ben sviluppato il tema. E per quanto ne possa sapere, mi sembra ottimo persino il livello creativo. Insomma davvero una bella prova davvero "d'autore!"!
    Bravissima.


Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commento *

Name *
Email *
Sito