Oggi non è tempo ancora

In un cortile lastricato dell’ospedale prendo aria dagli odori grevi e malati. Non riesco ad abituarmi a quest’ambiente; il mio quotidiano scorre tra mura più gentili, seppur vetuste, e così l’esser qua ha spezzato ritmi forse faticosi, ma ha consumato offerte minori sull’altare della stanchezza.

Tutte le volte che entro in questi corridoi affiorano i ricordi d’infanzia. <Un buon medico vale mille uomini>, ripeteva il nonno citando Omero.  È così che lo rievoco. Per la sua professione di medico ha sacrificato la vita. Oltre i limiti della devozione.

Nel cortile il sole non arriva, incastrato com’è sul fondo di quattro lati a cinque piani, ma sembra un’isola di luce dopo le lunghe ore di attesa nella sala buia e silenziosa del seminterrato. La sigaretta tra le mie dita consuma i pochi minuti di pausa prima della corsa finale. Intorno a me alcune infermiere e i loro commenti, dentro di me le parole s’intrecciano distinguendone i lamenti. Mi rilasso un istante, lascio scorrere, respiro, stacco, allontano la voglia di essere altrove per assaporare il profumo acre della sigaretta in fondo alla gola. Ieri faceva così freddo, oggi si suda. Che strano questo marzo! Forse devo fumare di meno; mi farebbe bene un po’ di mare; che voglia di scappare…

Passi alle spalle… una voce sollecita il mio nome usando un’inquietante qualifica familiare. Ed ecco un volto che riconosco, agitato, eccentrico, dicono sia pure un po’ istupidito. A me è simpatico, con quella buffa faccetta, lo sguardo da folletto. Forse è troppo fuori dei canoni per quest’ambiente. Sta parlando con me e da qualche parte la mia mente si rende conto che in realtà ha iniziato a farlo ancor prima che me ne accorgessi. Devo aver perso delle informazioni allora. Che importa? Lui parla e non si cura di essere ascoltato, meno che mai capito. Balbetta, perde pezzi di parole e filo logico, ma alla fine riesce a spiegarmi che hanno già deciso: sei troppo grave, non puoi più stare qui.

Entro, ti prendo la mano, ti do un bacio sulla fronte e uno sulla guancia. Ti regalo un sorriso, tenero e sincero. I mondi nuovi vanno affrontati con cautela. Attendo lo scorrere di quei pochi secondi che ti servono per capire che sarò con te. Mi allontano imboccando il viale del crepuscolo. Prima o poi cercherò un nuovo chiarore. Oggi non è tempo, ancora. Una pausa, breve o lunga, mi aiuterà a riprendere la giusta rotta.

Adriana Maria Quaglia
Adriana Maria Quaglia
Adriana Maria Quaglia è nata a Ivrea nel 1967. Dai 13 anni segna emozioni e riflessioni con gocce d’inchiostro esplorando e apprendendo dallo sport, dalla musica, dal canto, dal teatro, dagli studi linguistico-umanistici e da una vita ricca e feconda. Si definisce: "Parola libera su uno spazio bianco che viaggia fra ciò che è e ciò che non è".

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