Dio vino rosso amore e gioco

Il mattino è così freddo e pulito che sembra nuovo davvero.
Ma ho visto la spazzatura del giorno dopo,
ammonticchiata un po’ dappertutto
e mi è venuto in mente un cimitero…
O un vecchio lutto –
fermo in quell’aria di mattino fatto –
come qualcosa che non ha luogo,
ma è fatalmente un po’ dappertutto.
Ho camminato a lungo per le strade ancora deserte;
forse non avevo voglia di festeggiare, la notte che le precedette.
Ho camminato lucido e fermo come non facevo da tempo,
solo e tranquillo.
Un cane abbaiava da qualche parte vicino.
Mentre i lampioni si accendevano lontano lontano…
un fuso orario diverso
viveva quel nuovo vecchio
scavando la notte finché il nuovo,
il nuovo non parrà già abbastanza vecchio…
A sufficienza consumato, da lasciarlo in pace –
qui i lampioni si spengono, se a Dio piace –
mentre altrove ancora, è diverso per certo:
magari buio anche di giorno,
vita che sanguina, carne che trema,
ossa su ossa fino al rovescio dell’ostia…
e questo forse, a Dio piace.
Io mi dicevo camminando, e dentro me nasceva come una musica:
“dio, vino rosso, amore e gioco” – questo mi dicevo.
E la musica lo accompagnava, la musica lo sosteneva.
Ma adesso non suonano le bande, non sento musica sotto le bombe.
Solo l'eco, che ancora perdura, di bombette e petardi
che mi mettevano in testa la guerra dal giorno prima,
e fino a tarda sera;
quando cercavo di tenere stretto l’amore chiuso in una stanza,
e mia madre dormiva, dormiva serena,
nell’amore che sveglio potevo in un'altra stanza di questa casa,
mia madre dormiva a me vicina.
Poi,ho cercato di dimenticare quello che ho presentito
nella luce azzurra, fredda come una lama,
del mattino dopo…
E finalmente, l’amore stretto, gli occhi stanchi,
gli occhi ho chiuso,
e mi sono addormentato.
Né è nata una canzone:”Dio, Vino Rosso, Amore, Gioco”,
e comincia ora : nel primo mattino, del nuovo anno, che piace a me.
Dio,vino rosso,amore e gioco…Dio, vino rosso, amore, gioco…
Escludendo che tutto ciò si possa avere assieme,
un momento o per sempre,
su quali di questi metterai la tua maiuscola, mio buon menestrello?
A me una volta piaceva il vino,
finché qualcuno non ha detto che era la mia malattia,
e intossicava l’amore che potevo.
Allora sono passato all’amore senza vino.
Ma avevo nostalgia del bere e del ruzzare,
e intanto un altro, tutto blangeur, l’amore mi soffiava via…
sai, menestrello, via me lo soffiava
con la scusa che non sapevo amare:
perché nel mio amore non c’era abbastanza vino,
e la sua poesia metteva, tristezza e noia –
proprio come fosse nostalgia, della mia nostalgia.
Smetter d’amare, o almeno tentare, in cuor mio non potevo,
ma trovandomi lucido e sobrio come non mai:
“Il mio amore, sicuro, è già solo la mia nuova malattia!...”
mi dissi aprendo gli occhi.
E aprendo gli occhi sentii forte,
che l’avevo già avvolto e messo via.
Trasformai la mia vita in un gioco, allora,
ma l’amore mancava; mancava il vino –
che in giusta misura lo sfruculìa.
O lo dimentica, se la misura non si ha di conto nel berne,
così che di accoglierne del nuovo si trova la forza,
e quello vecchio,
trova un suo nuovo senso,
o,per la miseria!, almeno passa via.
E quindi il mio gioco non conosceva azzardi, era triste,
mancava di poesia.
Una mattina presto, con i miei dadi truccati in tasca,
solo,stanco e con gli occhi cisposi di sonno rimandato,
senza rendermene conto, silenzioso come un topo,
m’infilai in una chiesa senza una vera ragione.
E sai cosa successe,mio buon sapiente menestrello?
Lasciai i miei dadi sull’altare, accanto a un calice di vino e un po’ d’amore,
facendolo in un gesto così stanco e naturale,
che non sentii il bisogno di spiegarmi o giustificare,
e girate le spalle a dio guadagnai l’uscita, con un senso di liberazione.
Ma,mio intero e severo menestrello, tu sai il “perché”?
Pensa un po’, l’uscita era un entrata,
con me Dio, non giocò più a dadi,
mi scoprii uomo e trovai amore,Dio,vino rosso e gioco in abbondanza –
un po’ ovunque portassi,la mia presenza.
Senza far del vino, dell’amore e del gioco altrettante croci,
e non sentendo più di dio, solo la distanza…
Ora, mio buon menestrello,
tu sai bene che Dio sta sulla croce,
né dietro, né di lato,
altrimenti la croce resta solo croce,
è il “perché” Dio in sé…
E di tanti altri inutili e sanguinanti “perché”.
Ora che paziente mi hai ascoltato,
della tua buona pazienza io approfitto ancora un poco;
e l’ansia, il compito, l’impegno e il gusto –
o forse il gioco –
di metter la maiuscola,
sul giusto “perché”,
ovvero che in questa storia più giusto tu trovi…
io ti dico,in rispetto e ben volentieri,
lascio a non altri,
a non altri che a te.
Torna quasi all’inizio, altrimenti,
se accetti il mio umile consiglio,
e compita gli ingredienti nella misura essenziale,
perché non convienti il troppo pensare
su questo mio lungo garbuglio.
Poi provali tutti fino in fondo,
senza un ordine dare a quanti ne vuoi enumerare –
ma con sprezzo spietato di tutti i “perché”.
Dunque prova, a sentirli tutti insieme,
e capirai per certo,
che la maiuscola resta comunque,
eziandio per sempre,
quella che cazzo pare a te.
Non è la mia, né quella d’altro,
e se per caso, o di dadi un lancio,
un domani mi ci imbatto,
io ti prometto, con tutto il rispetto,
che non scomodo Dio,
a dadi non gioco,
non canto amore che non sia il mio,
ma con l’aiuto
di un po’ di buon vino,
provo a giocare, e come un bambino,
invito a giocare, a giocare anche te.
Non c’è morale, come ben vedi, né Celestino dentro una stanza,
alla stanza di lato, o di lato un “perché”,
ma se una morale ci vuoi trovare, per una volta non sia la tua,
ma proprio quella che piace a me:
“La semplicità è un vizio celeste
quando la banalità non l’investe.”

Massimo Triolo

Massimo Triolo
"Meglio regnare all'Inferno,che servire in Paradiso"

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