Chi si accontenta gode

Racconti Mariella Musitano

Chi si accontenta gode era il tuo slogan.

Come se nella vita l’unica cosa a cui si potesse aspirare fosse quella di accontentarsi.

Io invece proprio non ce la facevo. Aspiravo ad avere il massimo ed ero convinta che credendoci si potesse arrivare ovunque.

Non ci sei più, hai vissuto una vita semplice, evitando di fare il passo più lungo della gamba perché non si sa mai, potrebbe essere rischioso e non si possono mettere a repentaglio le poche certezze su cui si può fare affidamento soprattutto se si ha una famiglia.

Erano altri tempi pensavo. Venivi da un’epoca dove non era tutto dovuto: nel dopoguerra di cose che mancavano ce ne erano ed oggi, con il senno di poi, ci credo che aspirassi ad accontentarti. E credo che davvero sei riuscita a godere, poco, ma a te è bastato: un tetto sotto cui mettere la testa, un piatto caldo per i pasti, una vacanza ogni sei o sette anni dove venire serviti e riveriti. Non era importante comprare l’ultimo abito alla moda, andare dal parrucchiere tutti i mesi o rimanere al passo coi tempi con la macchina ultimo modello e di grossa cilindrata. Tu nemmeno l’avevi la patente! Papà sì, e noi ci si accontentava dell’utilitaria. Una fiat 127 gialla, tre porte, che quando pioveva entrava l’acqua dalle prese dell’aria. Finché ha retto ci ha traghettati in giro per l’Italia, o meglio, fra Roma e il sud, in Calabria per quella che era ed è ancora l’impervia Salerno - Reggio Calabria.

Per quella che hanno la presunzione di chiamare autostrada il tempo pare si sia fermato! Si andava a trovare i parenti di papà e per tutta la mia infanzia e adolescenza queste erano le nostre vacanze estive, quando si poteva. Le sporadiche vacanze vere, invece, quelle dove si dormiva in una pensione, le posso contare sulle dita di una mano, anzi mi rimane anche un dito libero! Non conoscevamo in famiglia pranzi o cene al ristorante, nemmeno serate in pizzeria che rientrassero nella quotidianità. Erano eventi eccezionali che rendevano speciali quelle giornate.

Sono vissuta sapendo che noi eravamo una famiglia di proletari e quindi di soldi non ce ne erano mai abbastanza. Ripensandoci mi chiedo se fosse vero o se fosse più una tua mania di mettere da parte come fanno le formichine per gli inverni bui. Quanto ti piaceva raccontarmi la storia della cicala e della formica. E io, se devo dirtela tutta, ‘sta formica ho preso ad odiarla man mano che crescevo! I regali poi, arrivavano solo 5 volte l’anno: a Natale, alla Befana, al compleanno, alla promozione e all’onomastico. I restati 359 giorni non c’era nulla da scartare. Se poi l’anno era bisestile allora si aspettava un giorno in più. Certo vivere sapendo che i soldi non bastano porta un po’ di frustrazioni e io appena sono cresciuta mi sono dedicata allo shopping sfrenato senza preoccuparmi di mettere da parte. Dai venticinque ai ventinove anni, usufruendo della busta paga non mi sono fatta mancare nulla, tutto si poteva comprare a rate: televisione, computer, videocamera, macchina fotografica, cellulare, moto, macchina, prestito personale per andare in vacanza. Ho passato quattro anni a pagare rate, ad andare a cena fuori, a riempire il vuoto con il desiderio di possesso.

Ma poi, anche questa fase è passata. Ho scoperto che i valori erano altri e che gli oggetti non portavano la felicità, questa era altra cosa. Non sono mai diventata una formichina come te, ma ho cominciato ad apprezzare i tuoi insegnamenti e quelli di papà.

Con la tua filosofia, sei riuscita a suon di sacrifici, di tirate di cinghia e privazioni, a lasciarmi una casetta, piccola ma dignitosa. Ci hai vissuto tu negli ultimi anni della tua vita. Ciò che la rende meravigliosa è il terreno che la circonda. Poco, perché non ci si poteva permettere di più, ma sufficiente per il nucleo familiare che eravamo una volta: io te e papà. Con i suoi alberi da frutto e gli ulivi, la vigna per il vino da consumare durante i pasti e la zona orto che donava ad ogni stagione, grazie all’impegno di papà e al tuo, ogni ben di Dio. Orgogliosi riempivate i cesti e quando si andava a trovare i parenti come regalo portavamo frutta e verdura, vino ed olio autoprodotto. Davanti casa ecco le tue aiuole, le tanto amate aiuole nelle quali da sempre dimorano le rose. Non c’è ricordo in cui loro non ci siano. Ti sono sempre piaciute le rose. Erano il tuo fiore preferito. Accanto a loro tutte le altre piante perdevano di importanza ai tuoi occhi. E così mentre si susseguivano azalee, margherite, lillà, ortensie che per un motivo o per l’altro non riuscivano ad accontentarti, loro, le regine dei fiori, si facevano sempre più belle e coloravano il tuo giardino di bianco, rosso, rosa, giallo.

Papà invece amava i tulipani che con un po’ di titubanza ti sei azzardata ad introdurli nel tuo giardino fiorito. Con loro hai preso dimestichezza con i bulbi. Poi papà se ne è andato, passando a miglior vita, così si dice no? Io non lo so ancora se dopo la morte si passa a qualcosa di migliore. Mi piace immaginarlo, in fondo se non ci si libera e non si passa ad una fase migliore tanto vale essere immortali e vivere le pene dell’inferno qui per l’eternità.

Così ho abbracciato con te l’idea che fosse passato a miglior vita, anzi gliel’ho augurato con tutto il cuore. da quel momento in poi i fiori del tuo giardino erano per lui. Ogni autunno piantavi nuovi bulbi da recidere poi a primavera per lui: narcisi, giacinti, gigli, nuovi tulipani, ranuncoli, e poi ancora calle bianche e nere, i fiori di San Giuseppe, le dalie e le celosie e per l’inverno, anche se non li hai amati mai molto, i crisantemi. Ogni settimana andavi da lui, con il tuo mazzo di fiori e le tue preghiere. Passavi tanto tempo a parlare con tuo marito. Gli raccontavi le tue giornate indaffarata ora a piantar patate, ora pomodori e zucchine che a me piacciono tanto, e poi broccoli e broccoletti, insalata e fave, piselli. Poi c’era il periodo in cui non facevi altro che tagliare l’erba e passare i prodotti per evitare che la vigna si ammalasse o le olive prendessero la mosca. Lo avevi amato tanto in vita e forse lo amavi ancora di più ora che non c’era più. Non ho mai smesso di immaginarlo accanto a te, ogni giorno nella campagna tanto amata da lui e poi da te.

Lui, papà, finché era di questo mondo,  non si è accontentato, sì, ti seguiva nel non fare il passo più lungo della gamba, anche perché in casa vigeva questa regola ferrea, ma lui era un sognatore ad occhi aperti non solo chiusi. Papà ci credeva che la vita potesse essere qualcosa di più di quello che si prospettava ai tuoi occhi. Era il vostro connubio e senza che tu te ne rendessi conto aveva portato la formula magica nella vostra vita. Con la spinta dei suoi sogni, tu eri spronata a seguirlo. Sempre con i piedi per terra, certo, ma lentamente dal nulla ecco che mattone su mattone avete creato insieme un microcosmo che si sposava a pennello per entrambi. Solo che lui poco dopo la pensione si è ammalato, il male del secolo, se l’è portato via in un baleno e i frutti di tutti i sacrifici di una vita non li ha goduti, ma ha vissuto sereno.

Felice di fare sacrifici e costruendo qualcosa in cui credeva. Tu, che speravi di vivere la vecchiaia insieme a lui, ti sei ritrovata sola, e forse hai goduto solo a metà perché appunto ti mancava l’altra metà della mela per rimanere in tema di frutti.

Dopotutto la vita è precaria, questo ormai l’ho capito. Ora lo è diventato anche il lavoro. Ai vostri tempi non lo era, c’era ancora il posto sicuro, il lavoro a tempo indeterminato. Voi avete potuto contare su una pensione mentre qua noi non si sa nemmeno se domani avremo ancora i soldi per comprare pane e pasta. Alla fine eravate signori a confronto di tante famiglie di oggi che magari sono pure laureate ma si devono accontentare di fare i lavori più umili per pochi spiccioli di euro che di meglio non si trova. Tutto rigorosamente in nero o pseudo nero perché sai, ora si sono inventati tante formule che non garantiscono nulla. Né contributi, né pensioni, TFR, ferie pagate tredicesime e quattordicesime.

E tu che mi dicevi chi si accontenta gode, tu che non ci sei più e mi sembra di vederti sorridere di gusto. Dietro il tuo sorriso leggo un’altra frase che ti piaceva tanto dire te l’avevo detto io. Io annuisco e ti rispondo che sì, volente o nolente devo abbracciare almeno in parte la tua teoria.

Volevo comprarmi una casa, semplice, non eccessivamente grande, tre camere cucina e bagno. In casa fra poco saremo in quattro. Sì è vero aveva pure il posto auto. Con il mio compagno abbiamo chiesto un mutuo. Speranzosi. In fondo le cose bastasse volerle per ottenerle. Volevo andare a vivere in un quartiere di Roma silenzioso, dove affacciandomi dal terrazzo di casa potessi respirare a pieni polmoni godendo del parco che si estende per diversi ettari. Volevo poter offrire ai miei figli le chance di una grande città, in un buon quartiere e allo stesso tempo mantenere la casetta in campagna, con le sue piante da frutto, gli ulivi, la zona orto e le tue fantastiche aiuole dove le rose ancora la fanno da padrone. Secondo la banca, questo è un passo più lungo della gamba. Il mutuo può essere erogato solo se qualcuno ci fa da garante. Sai con i tempi che corrono!

Quando ce lo ha detto gli sono scoppiata a ridere in faccia. L’impiegato mi ha guardata esterrefatto. Il mio compagno ha cominciato a muoversi sulla sedia, in imbarazzo. Ha provato a scusarsi e ha cercato di farmi tornare seria.

Garante, ah che ridere per acquistare la casa dobbiamo trovare un garante… Non facevo altro che ripetere ridendo a crepapelle.

Ci ho messo un po’ a tornare seria. Ho guardato il tipo dritto negli occhi come se fosse lui il male di tutta una società sbagliata. Con dignità mi sono alzata, gli ho stretto la mano e ringraziato per la sua consulenza e insieme al mio compagno siamo tornati a casa.

Chi si accontenta gode.

Mariella Musitano
Mariella Musitano
io sto alla scrittura come il giocoliere sta alle clavette.

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11 Commenti

  1. 'chi si accontenta gode' è uno slogan famoso tra le persone di quella generazione... ne so qualcosa anche io
    ma come dice Ligabue 'chi s'accontenta gode... così,così'
    io sono più per la seconda ipotesi.

    • eppure col senno di poi, mi accorgo che l'accontentarsi in alcune situazioni non equivale a rinunciare, ma a guardarsi dentro e chiedersi davvero di cosa uno abbia bisogno. In questo caso credo che accontentarsi porti davvero a godere. Ciò non toglie che sono sempre sostenitrice che la vita ci offri ciò che noi le chiediamo, ma il puro possesso non è né sinonimo di felicità né di godimento: tutt'altro si diventa suoi schiavi.

      • per quanto riguarda i "beni materiali" sono d'accordo, la felicità è una piccola cosa 😉

  2. Emerge dal racconto il grande amore che hai per i tuoi genitori.

  3. io non sono mai stato promosso a scuola e l'onomastico non è occasione di regali.così i regali li scartavo solo tre volte l'anno. ma come si dice "chi si accontenta gode"? sarà per questo che ho iniziato a ..."perdermi". ciao cara

    • se rifletto ammetto che posso ritenermi fortunata: ero una delle poche che per gli onomastici ricevevo il regalo.... eppure anche io ho avuto il mio momento di perdizione.... a cosa sarà stato dovuto? Forse hai pochi uovi di pasqua?

  4. Io a volte godo ma non mi accontento ed altre volte, mi accontento ma non godo..... riuscire in entrambe le cose conteporaneamente, oggi è diventata una impresa da pochi. Purtroppo, ormai il passo è sempre più lungo della gamba, perchè in questa società a noi le gambe ce le hanno segate del tutto!

  5. Arrivo in ritardo.. ma felice di non essermi perso questo tuo affresco di una società che ho vissuto come periodo storico e che ricordo molto bene e ancora mi commuove, come mi commuove il tuo racconto e il pensiero rivolto ai tuoi genitori.
    Purtroppo oggi bisogna vivere un "low profile" come dice un mio amico funzionario di banca..o non pisciare più alto del proprio culo.. come dice un mio amico falegname..
    Non bisogna avere fretta.. la vita è una ruota che gira..
    Che giri fa.. non l’ho ancora capito..
    ;-))

  6. Mariella,
    mi é piaciuto molto. Sei grande!
    E come sta la nostra antologia?
    Abbracci a te e Alessandro.
    Baci al pupo
    Gino

    • Grazie zio.
      La nostra antologia dal titolo "Vivere o sopravvivere?" è stato inviato alle case editrici... stand by... ma confidiamo in una prossima pubblicazione. Siamo molto orgogliose di averti dei nostri!!!
      Un bacio da tutti noi


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