La prima volta che mi parlarono di Prospero associai il suo nome a un protagonista di qualche dramma shakesperiano, di quelli che vivono storie difficili per colpa di qualche destino bastardo e che vengono scelti per vite sufficientemente interessanti da raccontare, prima che lo possano sapere. Eppure passarono anni prima che lo incontrassi. Fu verso le undici di un giorno di fine anno. C’era umidità nell’aria e il respiro si palesava come un fantasma indistinto che continui ad osservare, cercando di carpirne la forma. Mi misi in auto con mio padre dopo aver preso il cappotto.
Dopo appena qualche minuto, egli esordì dicendo che la malattia è la peggiore delle cose, perché ti toglie il meglio di quello che sei e ti fa diventare un estraneo anche a te stesso. Gli chiesi perché mi dicesse questo, sotto Natale poi. Rispose che forse avrebbe dovuto passare da Prospero prima, invece che aspettare quindici o vent’anni, ma quel rapporto studente-maestro gli faceva sembrare che le cose non sarebbero mai cambiate e sarà stato vero per le loro “suonate”, per le stesse note e gli strumenti di legno e metallo (per come li tenevano bene), ma per i loro corpi di carne era tutt’altro discorso.
Questa associazione tra Prospero e la musica tornava continuamente, tanto è che lui continuava a chiamarlo “maestro”, e, a giudicare dal resto delle persone che conobbi in seguito, non era il solo; il maestro Prospero. Questo è quanto bastava sapere, assieme al suo indirizzo a chiunque volesse avere dei rudimenti di musica e teoria, specie pianoforte, ma a dire il vero per mio padre pare funzionò col canto, seppure il maestro non gli perdonò mai di aver preso appena poche lezioni e di non saperlo leggere nemmeno uno spartito.
Arrivammo in un cortile umido dal cemento bianco in cui aveva piovuto fino a poco prima che scendessimo. Le case attorno erano state messe a nuovo, mantenendo lo stesso impianto risalente agli anni settanta o forse anche antecedente. Magari costava meno, magari volevano conservare il senso del tempo.
Salimmo al piano di sopra di casa del maestro, sua moglie Carmela ci aprì la porta tentando una sorta di sorriso, dopodiché ci condusse in un salone scuro in cui aleggiava uno strano silenzio. I mobili, senz’altro antichi, erano ancora in stato perfetto, lucidi come il giorno prima che vennero venduti. Persino i ricami sopra questi non mostravano un filo di sgualcito, mentre sfilavano solo foto incorniciate di altri tempi che guardai con la coda dell’occhio. In queste vi erano soltanto lei e Prospero.
Carmela ci invitò a sedere, e dopo i convenevoli del bere liquore e caffé, insieme a mio padre cominciò a scambiarsi storie su un uomo assente in stanza se non per quelle foto e per le descrizioni che uscivano dalle loro bocche. Carmela raccontava la nobiltà d’animo del marito da persona che tiene la porta aperta ad una donna invitandola a passar prima di lui, chiunque fosse e ovunque fosse e altri gesti di generosità estemporanea. Come quando in un paese di persone che sapevano a stento leggere e scrivere dopo la guerra si erge una persona che risolleva un po’ tutti premendo tasti sul pianoforte e, nonostante tutto, non fa differenza tra Mozart e Celentano. È sempre musica.
Carmela diceva che Prospero aveva le dita rotte dalle tante volte che si era esercitato ed aveva fatto esercitare su quel pianoforte in casa (con i vicini tra l’altro che non hanno mai protestato). La gente però resta comunque stupida e malpensante quando sei solo tu e tua moglie per troppo e non puoi assolutamente dare lezioni a cinquemila o diecimila persone contemporaneamente per far sì che ci possa essere anche solo un briciolo di riconoscenza... Alla coppia però bastava, o così dicevano . Erano loro due e la musica di lui che lei apprezzava da oltre trent’anni.
E poi la nota dolente, il cancro che lo mise a letto, che nella migliore delle tradizioni campane non si nomina, manco per l’oroscopo. E per qualcosa di cui se non ne parla ha senz’altro un impatto troppo forte da far cambiare le abitudine e allontanare e avvicinare persone, tipo mio padre che non ci metteva piedi da vent’anni in quella casa, mentre era lì a parlare e Prospero era costantemente a letto.
“Ora le cose vanno così, ma io ci credo in lui. Ci saranno pure altre ragioni per vivere” diceva. “Se non le avessi mi sarei uccisa” ed fu decisa per un attimo, continuando a raccontare di mio padre e di suo fratello e il suonare e mangiare, mangiare e suonare. Forse le cose migliori della vita.

Mio padre allora chiese di vedere il maestro. Carmela si alzò. La seguimmo attraverso un altro corridoio dell’appartamento. Aprì una porta molto piano, e chiamò il marito a voce bassa dicendole che c’erano visite per lui.
Era lì Prospero, davanti ai nostri occhi come un uomo con lo sguardo perso in qualche punto del soffitto e i capelli ingrigiti dal tempo. Quasi esanime, era il fantasma dell’uomo di cui sentii parlare per quasi un’ora; mio padre lo chiamò “maestro” con un finto tono gioviale, che disprezzava le apparenze manco troppo. Prospero si esprimeva con qualche monosillabo. Papà mi presentò e lui notò la mia presenza salutandomi strizzando gli occhi appena. Era il massimo che poteva fare.
Restammo per forse dieci, quindici minuti prima di andarcene.
Lasciammo la stanza con Carmela che richiuse la porta alle sue spalle. Ci disse quasi provata, che ormai Prospero stava così da diversi anni: incapace di provvedere a sé stesso o di alzarsi. Neanche di suonare e quello ne peggiorava tutto. Pensai che forse si può morire di musica, o di silenzio, ma la moglie credeva si sarebbe alzato un giorno, e si sarebbe seduto sullo sgabello come per magia e lei l’avrebbe trovato lì aprendo la porta, assorto nella sua vita e allora avrebbero pianto per qualche altro motivo.
Carmela sperava che suo marito ce l’avrebbe fatta. Che l’amore della sua vita sarebbe tornato in piedi per lei. “Si alzerà, suonerà”.
Le augurammo buon anno prima di scendere. Papà stette muto in auto. Era ancora tutto grigio e umido intorno quando imboccammo la tangenziale mezz’ora dopo.

Passarono due mesi, risposi a telefono. Un vecchio amico di mio padre lo aveva chiamato per comunicargli qualcosa. Lui non era in casa e al mio “di’ pure” capii che senza volerlo ci avevo capito qualcosa. Carmela ebbe ragione, ragione e coraggio.
Tornammo quel pomeriggio stesso da Prospero, come entrammo nel cortile notammo un gruppo sparuto di persone nel cortile che si crogiolava nel silenzio, mentre fissava in basso verso il cemento. Diedi uno sguardo, c’era ancora sangue lì, quasi asciugato oramai dalla mattina. Di Carmela più nessuna traccia, l’avevano portata via.
S’era alzata anche quel giorno presto nella disperazione di capire che le cose non sarebbero più cambiate, di vedere suo marito non riconoscerla più, di non sentire il suono neanche del suo nome dall’uomo che aveva amato per oltre quarant’anni. Alle sei del mattino, Carmela salì le scale e raggiunse il terrazzo. Forse avrà tremato prima di chiudere gli occhi, di lanciarsi verso il suolo come una bacchetta su una batteria per tenere il tempo che oramai era passato.

Il suo ultimo suono fu un tonfo, la testa fracassata. Era quella la nota che mise fine alla sua pena.

Una donna accorse dopo poco con un secchio d’acqua con cui lavò via il sangue raggrumato. Prospero morì appena due settimane dopo.

Salimmo in casa a trovare Prospero, l’uomo che il destino aveva costretto a lasciarsi morire in silenzio. A noi non rispondeva più. Nessuno gli disse niente, ma aveva capito.

Prospero morì appena due settimane dopo.

Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni è nato il 4 Ottobre 1989 ad Avellino. Dopo la maturità, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all’università degli studi di Napoli “L’Orientale”, conseguendo la laurea. Amante della storia e delle culture antiche e straniere, ha una naturale inclinazione per la letteratura e per le arti. Negli anni scorsi le sue poesie in lingua straniera sono state scelte per la partecipazione a varie antologie edite in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. I suoi primi componimenti scritti ed editi in lingua italiana sono racchiusi nella sua prima silloge: "Sospiri". In seguito rilascia gratuitamente sul suo sito un poemetto "Tenebre". Attualmente è dedito alla composizione di racconti e del suo primo romanzo "Dove non cantano gli angeli".

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