Messaggi in bottiglia

Racconti Guido Mazzolini

Poi tutto finisce.
Improvvisamente e nemmeno te ne accorgi, o forse si lanciano segnali sottili come messaggi in bottiglia ma sei talmente annebbiato dagli eventi, talmente ubriaco, che non li vedi nemmeno e passano inosservati. Così la bottiglia si infrange in mille pezzi sugli scogli appuntiti della vita e forse qualcuno ne leggerà il contenuto senza capire di cosa si tratta.
La fine segue un iter ben preciso, ha un inizio e uno svolgimento. La vostra è cominciata un venerdì d’inizio aprile.
«Io e te dobbiamo parlare.»
Lo dice con il tono di chi non ammette repliche. Siete seduti su una panchina nel giardino dietro la chiesa. Bambini come formiche che giocano urlanti e felici, mamme e nonne apprensive. Una palla ti rotola tra i piedi e con un piccolo calcio la restituisci a un nanetto rosso e lentigginoso.
«Non possiamo andare avanti così (Possiamo? Plurale? Hai deciso anche per me?). È tutto cambiato. Tutto si evolve. L’amore per sua natura è dinamico e cambia. Noi dobbiamo seguire i suoi cambiamenti. Non possiamo rimanere indietro.»
Si passa una mano tra i capelli, è nervosa e sfuggente. Tu cerchi di salvare il salvabile, di evitare l’inevitabile.
«Cosa c’è che non va? Che ho fatto cazzo, è solo un momento di stanchezza.»
Nemmeno ti ascolta e continua a recitare una parte mandata a memoria, studiata in mille notti insonni di dubbi e pensieri.
«Io per te non esisto (Non esisti? Darei la vita per te cazzo), sono solo una comparsa. Tu vuoi essere l’unico protagonista. Hai mostrato una parte di te che non conoscevo. Vuoi sempre fare tutto a pezzi (Che bella che sei) e tiri fuori il lato peggiore di me. Esisti solo tu, nient’altro. Non è possibile (Che bella che sei anche se mi stai sfondando il cuore a calci), mi chiedo cosa siamo diventati.»
Vorresti tapparti le orecchie ma non puoi fare a meno di ascoltare. Sai perfettamente che ha ragione, una netta, chirurgica, triste ragione.
Voi così simili e diversi, così lunatici e cangianti. Era lei che doveva seguire i tuoi ritmi o tu i suoi? E nel nome di cosa? O forse entrambi dovevate tenervi stretti e seguire gli accenti sincopati dell’amore?
Amore, questo sentimento potente, questa grande energia che muove l’universo intero (Che amore è questo? Io non ce la faccio più).
Amore desiderato, sognato, voluto (Volevo solo fare parte della tua vita. Non mi sembra di avere chiesto troppo).
Amore connivente e mai colpevole, donato ai figli degli uomini soli che fanno di lui strambe magie ed artifici (Avevo dei progetti per noi due, avevo pensato ad un futuro).
Amore di uomini e donne, amore di voglia e voglia di bisogno d’amore (Non parli cazzo, non capisci. Te ne freghi alla grande).
Amore che è chiedere e dare, prendere luce per essere luce. È rincorrersi in un gioco di specchi fino a non trovarsi più, perché a volte il buio copre ogni cosa e anche il sole più acceso può essere nascosto da un temporale improvviso.
Amore tenuto stretto per poco, antitesi e allo stesso tempo essenza della libertà. Amore da difendere con i denti e amore che nasce così violento e luminoso ma con un’esistenza talmente breve da lasciare sbigottiti, una bellissima farfalla con poche ore di vita a disposizione (Sai che c’è di nuovo? È finita. Ma vaffanculo).
Libertà di amare e libertà di non amare più.
Qual è stato il momento, l’istante preciso in cui tutto si è fermato? Chi ha staccato per primo la spina, facendosi artefice o complice di questa eutanasia? È stata una decisione arbitraria o un tacito silenzio in comune?
Lei ha sputato fuori tutto il veleno e tu sei rimasto immobile, un contenitore vuoto che ha colmato di rabbia e insoddisfazione. Amare vuol dire anche accettare che un altro ti vomiti addosso e ti riempia di accuse, ma questo non basta. Vorresti sentirti meno inerme, meno indifeso e più arrabbiato.
Penserai per tutta la vita che sarebbe potuto andare diversamente, che avresti dovuto essere più risoluto, afferrarle le spalle, scuoterla e farle capire lo sbaglio. Dovevi stringere con forza il timone della vostra nave e non lasciarla in balia della tempesta, prendere un secchio e cominciare a buttare fuori acqua senza mai fermarti invece di restare a guardarla colare a picco.
Lei sparirà dalla tua vita, adesso ne sei certo. Non la vedrai più, non potrai più toccarla, non potrai più annusarla. All’inizio ti sembrerà di impazzire, poi col tempo smetterai di pensarci. Smetterai di guardare il cellulare ogni secondo, ogni tanto lo sfiorerai appena con un dito come se quel tocco possa suscitare qualcosa di magico e improvvisamente appaia il suo numero e cominci allegramente a trillare.
Sarai libero, inutilmente libero.
Vanamente solo.
Non soffrirai particolarmente. All’inizio avrai solo un leggero malessere come un ronzio nelle orecchie, una botta sorda di tristezza bastarda nel cuore. Dovrai lavorarci un po’ perché non sarà facile eliminare tutto e cancellare ogni cosa o forse dovrai solo imparare a trattenere gelosamente i ricordi, a diventarne il custode per poterli tirare fuori nei momenti peggiori di tristezza. Dovrai lesinare gli istanti più dolci, quelli che ti aiuteranno a tirare avanti quando tutto diventerà più duro, quando sarà difficile andare a dormire in un letto vuoto.
Non provasti nemmeno a chiederglielo. Neanche un tentativo, un piccolo gesto di resa.
Dentro avevi l’inferno, una melma di tristezza che sentivi salire ogni secondo di più. Avresti potuto invocare clemenza e invece sei rimasto così, con l’espressione attonita del condannato a morte che guardandosi dentro non riesce a sentirsi completamente innocente.
Lei ti osservava aspettando una reazione da parte tua, un segnale di paura, di contrizione e dolore. Invece no.
Quando una malattia è allo stadio terminale puoi continuare a curarla, imbottirti di medicine e sperare nel grande miracolo, illudendoti di guarire. Oppure capitoli, alzi le mani e ti consegni alla sorte, tiri i remi in barca e lasci che tutto vada come deve andare, stanco di buttare benzina sulla fiamma morente di una candela.
Maledetta sfortuna degli uomini, la sfortuna di non essere pronti e di essere così differenti. Oggi il cielo si è tinto di un azzurro che pare irreale. Pensi che pochi minuti prima ti avrebbe ricordato il colore dei suoi occhi, da oggi invece quello sarà per sempre il colore del nulla, del disinganno e del più nero abbandono.
Amore che uccide e dilania, amore che redime e dona la vita.
Amore che a volte ci serve soltanto per parlare d’amore.

Guido Mazzolini
Guido Mazzolini
Nacqui a Cremona troppi anni fa, da allora respiro nebbie fitte, afa padana e pianeggianti sensazioni. Pesante e immobile da sempre, mi esprimo come posso e come so, nello stesso identico modo che mi è stato concesso da un cinico fato. Scrivo parole convinto che l’espressione sia l’unica magia donata agli esseri umani per potersi elevare e somigliare sempre più agli Dei. Non esistono punti fermi nel mio esistere, solo zattere di comprensione in balia di un oceano agitato e onde altissime che conducono, malgrado noi, verso lidi sconosciuti. Per questo credo nella parola espressa come valore supremo; ci credo perché la voglio fortemente mia, la sento scorrere nelle vene più del sangue, possiede un proprio odore inafferrabile ed evoca consapevolezze diverse, la posso toccare con mano, ingoiare e respirare ogni istante. Credo nel “linguaggio dell’inesprimibile”, nelle sensazioni e intuizioni che solo parole non convenzionalmente espresse riescono a palesare realmente. Accendo l’ennesima sigaretta, inalo fumo, dubbi e allegrie. "Sono l’oscuro lato che nasconde la genesi più vera di me stesso." I miei figli: "L'Attimo e l'Essenza", "Diario di bordo", "Il passo del gambero", "Suoni", "La ragione degli alberi".

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3 Commenti

  1. bellissimo bellissimo questo pezzo...bravo Guidomi è piaciuto davvero tanto!

  2. Fantastica pagina! Non posso che associarmi a Karen nel dire che è bellissima!


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