San Giorgio e il drago

San Giorgio correva, il destriero lanciato nel vento. La principessa gli disse che coi suoi occhi l’avrebbe seguito da lontano, l’avrebbe seguito ovunque. Ogni suo momento di passione era nei begli occhi chiari di lei, la bionda principessa col cuore tra le mani.

Attorno a sé un posto lontano, il drago da uccidere e bruciare senza pietà, senza ripensamenti o alcuna stupida esitazione. La strada secca e lo scalpitare incessante del suo cavallo glielo faceva tornare alla mente. Pensava di non aver avuto mai davvero paura.

Attorno a sé aveva visto ogni luogo del mondo, tutte le foreste, le vallate, le montagne candide, così i deserti dell’Africa, quelle praterie sconfinate e le steppe a cavallo dell’Asia. Tutto il mondo, ancora, gli sembrava come sconfinato e in perenne nascita. Come se esso fosse stato un altro dio in qualche modo, se non dio stesso, e la terra su cui si muoveva era la sua pelle. Una pelle così aliena che non ti sente, quando ci sei sopra, che accoglie il fiato degli uomini indifferente.

Quello era il suo luogo, l’affanno prima della tempesta, poi la pace e il nuovo affanno. Correva tra le foreste e le sponde del mare, imboccava i sentieri più disparati che la criniera bianca del suo cavallo gli suggeriva, senza mai sbagliare. Quante miglia si trovava lontano da casa ormai? Dove l’aveva portato il suo viaggio? Poco importava, quella voglia incredibile di combattere era la sua casa e dio e tutti lo sapevano, vagando da cavaliere cortese.

San Giorgio correva. La corazza pesante sulle membra, dicevano che con la fede invece tutto sarebbe pesato di meno. Ricordava esattamente il momento in cui intraprese questa vita, l’ordinazione. La spada al petto su cui giurò ferma. Le parlava come fosse stata una moglie. Lo ricordava quando il drago si palesò innanzi a sé. Il caldo che lo ammazzava dentro, le fiamme dalle narici del mostro facevano altrettanto fuori scatenandogli l’inferno addosso. Eppure evitò tutta quella morte. Il grande scudo l’aveva protetto, ma ne restavano solo scaglie inermi. Se ne liberò gettandoglielo addosso e ferendolo. Incalzava. Passò al contrattacco, la spada e il braccio si fusero in una furia e i fendenti battagliavano alacri contro gli artigli della bestia. In un altro degli incroci, il santo prese la spada con entrambe le mani, la violenza gli scorreva nelle vene, tagliò di netto una delle zampe del suo nemico.

S’era esposto troppo, il drago sanguinante con l’altro arto fece sentire forte lo stridio dei propri artigli sull’elmo del cavaliere stracciandolo quasi come fosse stato carta, fu un colpo quasi micidiale. Fece volar l’elmo scuro sulla terra ancora in fiamme per i respiri mortiferi del mostro. I riccioli castani allo scoperto ricaddero dolcemente sulla nuca di San Giorgio, come a tranquillizzarlo.

Era inerme. Perché combatteva? Avrebbe saputo raccontare come un cantore di mille battaglie, ma non aveva più motivi probabilmente. Credeva che il fato l'avesse chiamato. Le chansons de geste e le agiografie l'avevano spinto lontano in cerca di terre distanti e amori indissolubili da farlo sognare e metterlo in ginocchio, proprio come in quel momento che assaporava il fango, ma non era ancora la sconfitta.

Si rialzò da terra, dalla tempia scorse un rivolo di sangue. La principessa a miglia e miglia di distanza trattenne il respiro. Lo sentiva, pur se tesa e sul punto di svenire. Il santo era vivo, ancora in piedi, il drago bramava ancora lo scontro e andarono avanti sfiancandosi l’un l’altro. Fuoco che lambiva acciaio. Forza bruta contro tenacia.

La terra li incitava, il tuono dalla distanza non smetteva di chiamarli a gran voce. Persino i vecchi morti sul campo che un tempo avevano sfidato e perso contro il mostro tremavano dall’emozione quando le anella di San Giorgio stridevano sotto i colpi del nemico. Alle parate, alle schivate.

Le fauci del drago si fecero sempre più vicino, il caldo asfissiante non gli dava tregua. La sfida si faceva sempre più ardua e la posta in gioco era davvero la sua vita. Quasi si dimenticò del resto degli uomini che doveva salvare. Ma mai venne meno al pensiero di lei così lontana. Anche nel dolore quando il drago trapassò la sua armatura, infilzando la carne di San Giorgio e facendogli provare il fuoco nelle viscere. La principessa era la regina dei suoi pensieri.

La spada gli cadde a terra, cercò riparo e il cavallo, che si tenne in disparte fino a quel momento, accorse per trarlo in salvo. Dal cielo cadevano solo pioggia e nubi. Non aveva spade incantate, o sortilegi da usare, mentre il mostro lo chiamava ringhiando in modo bestiale. Era un uomo, il sangue che sgorgava dalle ferite e che in bocca si fondeva al sapore di metallo lo gridavano.

Davanti a sé, mentre nello scompiglio cercava sia il suo nemico che gli pareva ovunque, sia un’arma con cui distruggerlo, trovò un cimitero di spade lasciate da tutti coloro che erano morti nell’impresa. Al centro una grande lancia argentata s’ergeva come una croce tra il ferro e la polvere. Aumentò l’andatura, correva San Giorgio, correva veloce. Il respiro del drago lo sentiva addosso, i riccioli nel vento ondeggiavano. Curvò la sua andatura, le fauci del mostro erano sul punto di divorargli tutto il braccio e scaraventarlo a terra, quando con forza estrasse la lunga arma dal suolo portandola al fianco. Fu un battito di ciglio e girandosi di rovescio scagliò un forte colpo alle tempie del suo avversario guadagnando attimi preziosi.

Allora, egli si trasse distante, abbastanza da fermarsi un attimo. Era la resa dei conti. San Giorgio impugnò sicuro la lancia. Il drago davanti a sé che lo attendeva. Spronò il cavallo e lanciò alla carica, veloce come il vento. La mano ferma nell’azione, i denti stretti e contro di lui il ruggito infernale della belva.

L'arma si conficcò nel cuore del drago oltrepassandolo da parte a parte con un impeto violentissimo. La bestia si spense in un grido orrendo ed assordante. Il santo restava lì alto. Magnifico nella sua armatura, nonostante le ferite e senza fiato.

Riprese la spada riponendola nel fodero, dopodiché tornò a correre col suo cavallo. La principessa dalla distanza lo seguiva, dove sarebbe andato? Sarebbe tornato da lei, l’avrebbe guardata negli occhi sorridendole e sarebbe scappato via dopo averne accarezzato le belle guance. Il mondo lo aspettava.

San Giorgio correva, il destriero lanciato nel vento.

Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni è nato il 4 Ottobre 1989 ad Avellino. Dopo la maturità, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all’università degli studi di Napoli “L’Orientale”, conseguendo la laurea. Amante della storia e delle culture antiche e straniere, ha una naturale inclinazione per la letteratura e per le arti. Negli anni scorsi le sue poesie in lingua straniera sono state scelte per la partecipazione a varie antologie edite in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. I suoi primi componimenti scritti ed editi in lingua italiana sono racchiusi nella sua prima silloge: "Sospiri". In seguito rilascia gratuitamente sul suo sito un poemetto "Tenebre". Attualmente è dedito alla composizione di racconti e del suo primo romanzo "Dove non cantano gli angeli".

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